“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Attualità | 11/2/2021

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

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