Oggi la nostra rubrica propone un ritratto di Sabine Frei, docente presso la Libera Università di Bolzano e presidente del Südtiroler Kinderdorf di Bressanone e Merano. Esperta di comunicazione interviene spesso anche come moderatrice nei dibattiti e come coaching.
Come è arrivata a costruire una professionalità così ampia e diversificata?
Il mio percorso è nato dall’incontro tra le mie curiosità, le persone che ho incontrato e le diverse esperienze di studio e professionali che ho potuto fare nella mia vita. C’è comunque un filo rosso che lega tutto ciò che faccio: cerco di co-creare contesti che permettano alle persone di comprendere che cosa significhi, per loro e per chi le circonda, vivere una vita “piena” e di agire di conseguenza.
Come è riuscita ad attraversare mondi e lingue così diversi del nostro territorio?
Non penso di aver trovato una ricetta. Sono cresciuta in una famiglia allargata, nell’albergo gestito dai miei nonni. Era un luogo di passaggio, ai confini con la Val di Fiemme, dove fin da piccola avevo la possibilità di entrare in contatto e confrontarmi con mondi linguistici e culturali diversi. Il piacere di ascoltare e di interagire con persone molto diverse tra loro è sicuramente nato lì ed è cresciuto con il tempo, diventando uno degli strumenti più importanti del mio lavoro.
Il lavoro all’Università è molto stimolante. Come lo affronta e cosa le restituisce?
Per me insegnare significa soprattutto confrontarsi. Le studentesse e gli studenti portano domande, esperienze e punti di vista che sono un invito a mettere in dubbio – nel senso pieno del termine – ciò che affrontiamo nelle lezioni. Questo confronto rende più accessibile e concreta la pluralità dei saperi e, allo stesso tempo, mi permette di continuare a imparare.
Il Suo impegno al Kinderdorf le pone davanti grandi sfide. Quali sono le più impegnative?
Vorrei precisare che il mio ruolo è oggi un ruolo onorario e non operativo: la gestione quotidiana è affidata al direttore e ai nostri team, composti da circa 80 persone con un’elevata professionalità e un grande impegno. Io cerco di contribuire soprattutto con la mia esperienza e, insieme al Consiglio di amministrazione, mi assumo la responsabilità di dare orientamento e direzione all’organizzazione nel suo insieme. Il Südtiroler Kinderdorf è cambiato molto rispetto alle sue origini e deve continuare a farlo insieme alla società. Oggi, accanto a una prospettiva orientata alla tutela delle persone, cerchiamo di rafforzarne le risorse, di coinvolgerle attivamente nel ripensare i propri progetti di vita e di adottare una prospettiva sistemica.
Come spiegherebbe a una lettrice che non conosce bene il Kinderdorf quale sia il suo ruolo?
Direi che il Südtiroler Kinderdorf è un elemento all’interno di una rete di sostegno per bambine, bambini, ragazze e ragazzi e le loro famiglie che attraversano situazioni difficili ed è altresì impegnato a prevenire tali situazioni. Ci sono le comunità residenziali, ma anche il sostegno alle famiglie direttamente a casa, l’accompagnamento dei giovani verso l’autonomia, il lavoro con le madri sole e i progetti di prevenzione e promozione sociale. Il Kinderdorf non è semplicemente un luogo dove vivono bambine e bambini che, temporaneamente, non possono stare a casa. È un’organizzazione che cerca, insieme alle persone coinvolte e alla rete dei servizi, prospettive di sviluppo. Ogni persona, piccola o adulta che sia, porta con sé una storia diversa e ha bisogno di un progetto di sostegno e di sviluppo individualizzato.
Quale esperienza l’ha più addolorata e quale, invece, le ha regalato un sorriso?
Le situazioni che riguardano bambine e bambini che hanno subito violenza o che hanno dovuto vivere esperienze molto dolorose mi toccano naturalmente molto. Anche oggi, pur non essendo coinvolta nel lavoro operativo quotidiano, sento una grande responsabilità nei confronti delle persone che accompagniamo. Allo stesso tempo, come organizzazione dobbiamo assumerci anche la responsabilità per ciò che è accaduto in passato. Abbiamo saputo che anche nel Südtiroler Kinderdorf nel corso dei nostri 70 anni di storia, ci sono state esperienze di abuso e di violenza. Non possiamo cancellarle, ma possiamo affrontarle e fare tutto il possibile perché non si ripetano. Per questo abbiamo rafforzato il nostro concetto di protezione e abbiamo istituito anche una figura indipendente di riferimento, l’ombudsperson, alla quale le persone possono rivolgersi. Per me è di fondamentale importanza che la tutela non rimanga solo una dichiarazione di principio, ma che sia parte concreta della cultura dell’organizzazione. Certamente ci sono anche tantissimi momenti che danno speranza. Mi rincuora quando una persona riesce a riconoscere le proprie capacità, ritrova fiducia in se stessa e comincia a fare un passo verso una maggiore autonomia. Nel lavoro sociale guardiamo con cura a quello che per altri possono essere dei piccoli passi. Ma sono questi che possono cambiare molto nella vita di una persona.
Quale consiglio darebbe a una giovane donna che volesse prendere lei come modello?
Le direi, innanzitutto, di non avere modelli – tanto meno me – ma di cercare di capire che cosa la incuriosisce davvero e di avere il coraggio di seguire questa curiosità. Mai da sola, però: confrontandosi con altre persone e cercando un buon equilibrio tra chi sa spronare e chi sa sostenere.
Investirei nella formazione, ma non solo in quella accademica. Imparare ad ascoltare, a collaborare, a comunicare e anche a tollerare l’incertezza sono competenze fondamentali. E soprattutto le direi: non abbiate paura di cambiare strada. Il mio percorso mi ha insegnato che anche le deviazioni possono diventare molto importanti.
Autrice: Rosanna Pruccoli