C’è un parco nel mezzo di Merano che d’estate cambia faccia. Non è solo un’area verde: è un contenitore di musica, cultura, relazioni e generazioni che si mischiano. Si chiama Park’o, è al Parco Marconi, ed è alla terza stagione di vita. A coordinarlo per Arci è Miruna Andrei, che lo racconta con la passione di chi si prende cura.
Ci incontriamo al bar accanto al Coworking della Memoria — il “Cowo”, come lo chiama lei affettuosamente — sede di Arci nel centro di Merano, dove lavora. Mi offre un caffè, e tra un sorso e l’altro mi parla di un parco, di una città e di cosa vuol dire prendersi cura di uno spazio pubblico.
Come è nata la collaborazione tra Arci, il Comune e Strike Up? Cosa ha reso possibile mettersi insieme?
Abbiamo intercettato uno spazio che rischiava di non essere più utilizzato. Il Comune ha aperto alla possibilità di fare qualcosa, e per noi era anche evidente che ce n’era bisogno: la prima estate che abbiamo aperto, la gente del quartiere ci guardava quasi sollevata. “Per fortuna”, ci dicevano, “non è abbandonato.” Il centro giovani Strike Up gioca praticamente in casa essendo a due passi. Loro lavorano con i bambini e i più piccoli, mentre noi ci occupiamo di giovani e adulti. Era naturale dividersi le fasce orarie: la mattina per i più piccoli, il pomeriggio e la sera per tutti gli altri.
“Parco delle generazioni” suona bene, ma nella pratica chi frequenta questo spazio?
Proprio tutti. Bambini con i genitori, adolescenti, adulti. Gli infermieri della casa di riposo vicina che d’estate si siedono sulle panchine durante la pausa pranzo. Le persone della casa di riposo, ogni tanto. Quando metti su la musica, le fasce d’età si mescolano in modo naturale, non c’è mai stato un confine netto. E questo, per me, è già una risposta.
Merano ha tante anime diverse. Park’o riesce a farle incontrare… anche sul piano linguistico?
Non è facilissimo, e preferisco dirlo chiaramente. Non abbiamo ancora tutte le connessioni che vorremmo. La musica funziona meglio di tutto il resto: che il DJ o la cantante parli italiano o tedesco, non cambia niente, la gente balla e si diverte. Le presentazioni di libri in un’altra lingua, invece, faticano a portare pubblico. Ma è anche una critica che mi faccio: bisogna cercare di più, trovare partner “dall’altro mondo”. Anche se non voglio chiamarlo “altro mondo”, perché non lo è.
Quindi la musica resta il formato che funziona di più?
Sì, in assoluto. Sia per la partecipazione, sia per la qualità dei momenti che si creano. C’è qualcosa nella musica che abbassa le barriere senza che tu debba fare nulla di speciale. Funziona e basta.
C’è un’iniziativa dell’anno scorso che ti è rimasta in mente?
Due, in realtà. La serata con Ivana Zanini sul flamenco: non era uno spettacolo e basta, era un racconto. Lei ha spiegato cos’è il flamenco davvero. Ha cantato, ha raccontato cosa stava cantando. Vedere la gente scoprire qualcosa che pensava di conoscere già: quello mi ha emozionata. E poi la serata con Sally Bumbs, musica elettronica. Non avrei scommesso su quella serata, e invece mi ha fatto venire i brividi. Se la musica ti commuove, vuol dire che sta funzionando qualcosa di importante.
Questi spazi richiedono cura costante. Come si costruisce nel tempo?
I luoghi, come le relazioni, hanno bisogno di attenzione continua. Se non ci stai dietro, non ti danno nulla. Il frutto più bello che il parco può portare è che la gente lo viva, e poi che cominci a prendersene cura anche lei. Ci sono anziani della casa di riposo che, quando vedono qualcosa fuori posto, lo sistemano. Ragazzi che stanno lì tutto l’anno, non solo d’estate, e che trovi sempre perché si sentono a casa. Quello è il segnale che lo spazio sta funzionando.
E sul piano più concreto, fisico: chi si occupa della manutenzione?
È lavoro vero: pulire il bancone, dipingere, sistemare. Quest’anno per il 25 aprile abbiamo già rimesso a posto qualcosa, e la giardineria ci sta dando una mano. Anche gli enti pubblici si stanno muovendo: i giardinieri che ti portano i sassi, che ti offrono i fiori. Piccole cose, ma che rendono evidente che lì succede qualcosa, e che vale la pena tenerlo bello.
Uno spazio pubblico con una programmazione culturale: perché è ancora una necessità?
Perché la cultura porta curiosità. Più approfondisci, più cresci, come persona e come cittadina. E poi perché puoi veicolare certi valori attraverso una canzone, attraverso una presentazione, attraverso l’incontro con chi la pensa diversamente da te. C’era una vecchia campagna di Arci che diceva “la cultura è la cura”. Continua a sembrarmi vera e attuale.
Se potessi aggiungere qualcosa a Park’o, cosa vorresti portare?
Vorrei che diventasse davvero il parco di tutte le realtà che fanno cultura e terzo settore a Merano. Tante associazioni non hanno spazi: se venissero qui, porterebbero pubblico diverso, persone che al Parco Marconi non sarebbero mai arrivate. L’anno scorso, quando abbiamo coinvolto alcune piccole compagnie teatrali, si vedeva gente nuova. Quella è la direzione. E poi i giovani: tre ragazzi arrivati per l’alternanza scuola-lavoro sono rimasti tutta l’estate a lavorare con noi. Non solo al bar, si sono presi cura del posto. Quest’anno sono ancora lì. Vederli crescere, vederli proporre, sentire che sono loro i primi ad avere a cuore quel luogo: questo è il traguardo.
Autore: Marco Valente