Gli anziani come “maestri”

Attualità | 28/5/2026

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

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