Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.
A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.
Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?
Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.
Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.
La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?
I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.
Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.
Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?
Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.
Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.
Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.
Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?
Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.
L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.
Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?
Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.
Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?
È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.
Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.
Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?
Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.
Autore: Marco Valente