E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro.
// Di Till Antonio Mola
Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.
Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.
Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.
Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.
Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.
Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.
L’INTERVISTA
Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?
I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.
Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.
In una situazione del genere quanto conta l’empatia?
Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.
L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.
Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?
Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.
A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.
Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?
In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.
Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.
È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.
Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?
Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.
Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.
In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.
Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.
Autore: Till Antonio Mola
Un “nodo” che resta da risolvere
Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro.
La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro.
L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.
Autore: Luca Sticcotti