Sara Schena e Renata Schwendtner: sono loro le due vincitrici del Premio Solidarietà 2025 del Comune di Merano. E già qui viene un po’ da pensare: la solidarietà di per sé non è una medaglia da appuntarsi al petto, non è un podio, non è un “il vincitore è…”. Eppure ogni tanto serve anche questo, un gesto pubblico che dica chiaramente: guardate che vivere così è possibile.
Vado a trovare Sara Schena per farle due domande e lei sta cucinando… i cannelloni. Sì; mentre la interrogo su servizio, gratuità, cura degli altri, lei che fa? Mi prepara la cena.
Chi la conosce non ha dubbi: Sara non cerca i riflettori, eppure da anni illumina alcuni pezzi della città di Merano: in parrocchia, nel gruppo scout, al consiglio pastorale cittadino, all’emporio solidale Tenda di Abramo (nato nel luglio 2020, nel pieno della pandemia), in occasione delle iniziative organizzate dal Pozzo di Giacobbe con progetti e dialogo interreligioso in Africa occidentale… e un’infinità di altre “piccole” cose che piccole non sono mai.
Sara è maestra elementare, da oltre venticinque anni attiva nello scautismo e da quindici educatrice con ragazze e ragazzi nella fascia d’età 8-20 anni. Un curriculum? No: uno stile.
Quando hai ricevuto la notizia del Premio Solidarietà 2025? Dove eri, cosa stavi facendo?
Ero sotto casa. Stavo rientrando, ero lì a un passo dal portone. Mi chiamano e io… non ci credevo. Non me l’aspettavo proprio. Ci ho messo un attimo a realizzare. Poi non riuscivo più ad andare a casa: ero troppo felice. Ho iniziato a correre e saltellare per la città. Avrei voluto urlarlo al mondo… ma mi hanno chiesto di non dirlo a nessuno.
Com’è stato tenersi questa notizia tutta per sé?
Un po’ assurdo. Il giorno dopo sono andata a firmare, e dopo la firma sono andata a prendermi una camomilla da un’amica… senza poterle dire nulla. Ero contentissima, ma… acqua in bocca.
Da maestra elementare, come spiegheresti i concetto di solidarietà a un bambino o una bambina delle tue classi?
Direi loro che è cercare di fare del proprio meglio per rendere più bella la vita delle persone attorno. Se vedi qualcuno che ha bisogno e tu hai gli strumenti per aiutarlo semplicemente li condividi, non te li tieni per te. E in questo cresci anche tu. Perché poi ci si accorge sempre di più di ricevere tanto, mentre si dona.
Dove si incarna oggi, concretamente, la tua solidarietà?
Nel gruppo scout, alla Tenda di Abramo, in ambito parrocchiale. In cose semplici: leggere in chiesa, pulire la chiesa. E nel Pozzo di Giacobbe, nel team ecumenico… insomma, in tutto ciò che ha a che fare con il mettersi al servizio degli altri.
Quali sono i temi ti toccano più spesso?
Educazione, sostegno a chi è in difficoltà… E anche dialogo interreligioso e progetti di cooperazione internazionale.
Un episodio concreto: dov’è che hai “visto” la solidarietà, non solo pensata ma toccata con mano?
Alla Tenda di Abramo. All’inizio, durante il periodo della pandemia, nel vedere così tanta gente in fila. Persone che stavano lì ore. E capire che anche persone vicine a noi possono trovarsi a non avere abbastanza cibo, a dover chiedere,,, mentre per me avere da mangiare è sempre stato scontato. È una cosa davvero vicina, concreta.
Immaginiamo uno scenario assurdo: a Merano la solidarietà sparisce. Cosa succede?
Diventerebbe un mondo triste. Una città segnata dall’egoismo. Le persone sarebbero più sole. E alla fine ci perderebbero tutti. Anche chi pensa di “farcela da solo”.
Quindi possiamo dirlo: la solidarietà fa bene?
Decisamente. Fa bene a chi la fa, a chi la riceve… a tutti. Possiamo considerarla un bell’investimento nel futuro.
E può essere un anticorpo alla solitudine?
Sì. Per chi la fa e per chi la riceve.
Cosa manca, allora? Come si rende più accessibile la solidarietà a chi non sa da dove cominciare?
Le opportunità ci sono, in realtà. A volte le persone sono troppo prese dalla loro vita. Io, invece, vi dico che da queste cose si riceve tanta energia: motivano, non stancano.
C’è chi urla durante i vari comizi “Make America/Europe/Italy Great Again”… tu cosa rispondi? Quale slogan suggeriresti?
Io ripeterei quello che ci ha insegnato Baden Powell: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato”. Fa bene al mondo che ci circonda, ma fa bene anche a noi. E spero di essere contagiosa: contagiare gli altri con la gioia del servizio.
C’è una cosa che mi rimane addosso, uscendo da questa cucina: Sara non parla di solidarietà come di un dovere morale, ma come di uno stile di vita che dà ossigeno. Non l’ossigeno retorico delle grandi parole (quello brucia e si consuma in fretta) ma quello concreto dei gesti: ascolto, presenza, tempo.
E allora forse questo premio è davvero un “premio-non-premio”: non incorona una persona, ma ci dice chiaramente che se si vuole, si può vivere anche così, e che fa bene.
Autore: Marco Valente