Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Attualità | 22/1/2026

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

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