Merano e i “suoi” immigrati

Attualità | 5/2/2026

Merano è una città abituata ai passaggi. Da sempre. Passaggi di lingue, di persone, di confini. C’è chi arriva per restare e chi arriva “solo per un po’”. Qui le storie di spostamento non sono una novità: la città delle cure, del turismo, delle stagioni, ha visto arrivare gente da fuori molto prima che la parola “migrazione” diventasse un tema da dibattito. Per questo parlarne può essere facile (perché le vedi) e difficilissimo allo stesso tempo.

// Di Marco Valente

Le storie che seguono sono reali, ma nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati o omessi per motivi di privacy. Il filo rosso è Antonio Rovito, avvocato che da oltre dieci anni accompagna persone straniere tra permessi, residenze, ricongiungimenti. Non è un pezzo “su” Antonio Rovito. È un pezzo su Merano e su ciò che passa dal suo osservatorio. Qui a Merano, in pochi seguono questa materia ogni giorno.

Avvocato…?

No, per favore. Antonio. Mi chiamano così anche i miei clienti.

Antonio, quando uno “ce l’ha con i migranti”… lei da dove comincia?

Dalla pizza. A te piace la pizza? E come la mangi? Rossa. E allora: quel pomodoro chi l’ha raccolto? È in regola? Quanto ha guadagnato per raccogliere 100, 200, fino a 700 chili sotto il sole a quaranta, quarantacinque gradi? Magari è un padre di famiglia dello Sri Lanka, sfruttato, pagato 25 o 30 euro al giorno. Poi chiedo: vai nei ristoranti? E chi ha lavato i piatti dove stai mangiando? Questa domanda spiazza.

Perché spiazza così tanto?

Perché ti porta dove non guardi. La città vive anche di lavoro invisibile. Nelle cucine, anche quelle rinomate e super lussuose, spesso trovi squadre fatte in gran parte da lavoratori di origine straniera. Nel Meranese ho visto decine di contratti di cuochi e aiuto cuochi bengalesi. A quel punto l’offesa gratuita si inceppa.

C’è chi dice: sì, però ci sono anche i reati…

È vero che una parte dei reati è commessa anche da cittadini extracomunitari. Ma se arrivano migliaia di persone all’anno, è fisiologico che una percentuale piccola faccia danni. Non è quello che descrive la maggioranza.

Sotto la superficie, quali sono gli ingrranaggi che decidono se una persona riesce a vivere “normale”?

Dipende anche da come arrivi. C’è chi arriva regolarmente, per esempio con il decreto flussi. E lì i primi passaggi sono quasi sempre quelli: permesso di soggiorno, iscrizione al servizio sanitario, residenza. Tre porte. E dalla residenza discendono diritti molto concreti.

Negli ultimi anni qual è stata la porta più pesante?

I ritardi nel rilascio dei permessi. Si parla di tempi oltre l’anno, in alcuni casi vicini ai due. Ultimamente sta migliorando, ma l’attesa non è un numero: è ansia, stress, incertezza.

In concreto, cosa blocca davvero?

La “ricevuta”. Per molti è un foglio che non vale niente. In realtà spesso ti consente di restare regolarmente sul territorio mentre la pratica va avanti. Solo che non tutti lo sanno. Se cerchi casa con la ricevuta in mano, spesso ti dicono no. Se vai da un piccolo datore di lavoro, magari non ti assume. E intanto la vita resta ferma.

Quindi il tema non è solo la legge, è l’informazione.

Esatto. Se l’informazione è irraggiungibile, la regolarità diventa un percorso a ostacoli. Ho visto persone perdere mesi perché una pratica era impostata male e quando arrivi all’appuntamento ti dicono: rifai. E il rischio è grosso, perché qui c’è di mezzo la possibilità di diventare irregolari. Le norme cambiano spesso, i dettagli contano, e chi arriva investe sacrifici di una vita per essere qui.

Anche lei, in fondo, ha una storia di spostamento.

Io vengo da un paese vicino a Tropea. Sono arrivato a Merano grazie alla mia compagna, senza conoscere nessuno, con tante paure. Poi ho scoperto che poteva funzionare. Oggi ho famiglia, tre figli, lavoro, associazionismo. È una storia normalissima, ma mi aiuta a capire cosa significa ricominciare.

A questo punto Antonio mi apre una porta in più, e mi fa incontrare le storie di Rahim e Amadu (nomi di fantasia).

Rahim, quando è arrivato in Italia?

Nel 2003 o 2004. Sono partito da solo. Ho lavorato, mi sono inserito, ho preso casa in affitto.

Poi è arrivato il ricongiungimento con la sua famiglia.

Mia moglie stava molto male. Aveva bisogno di terapie urgenti.

Cosa ha fatto la differenza, qui a Merano?

La rete. Antonio ha preso contatti con l’ospedale prima che lei arrivasse. Cartelle cliniche, reparto, medici. Quando è arrivata siamo andati subito in ospedale e le cure sono ripartite. L’iscrizione sanitaria è stata sistemata dopo. Quella settimana non la dimentico.

E oggi?

Oggi i figli sono qui. Scuola, sport. Uno ha scelto la scuola tedesca e parla tedesco fluentemente.

Amadu, la sua storia è diversa, ma parla della stessa città.

Io lavoro in cucina. Tante ore. Mando i soldi a casa. Una volta ho mandato 7 euro e ho pagato quasi 5 euro di commissioni. Alla fine sono arrivati 2 euro. Con quei soldi mia madre ha comprato riso e a casa hanno mangiato per settimane.

È riuscito a rimettere in ordine i documenti?

Sì, dopo anni. Quando ho ottenuto il permesso e sono tornato a casa, ho riabbracciato mia figlia. Sto costruendo una casa in mattoni, sono al piano piano.

Antonio, in mezzo a queste storie e queste difficoltà, esiste anche qualcosa che funziona come sistema?

Sì. Il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) qui funziona molto bene. Vedi persone che imparano la lingua, entrano nel mondo lavoro, trovano una sistemazione. È un modello serio, con esiti quasi sempre positivi: persone che ne escono con lingua, lavoro e una casa.

E cosa la fa più arrabbiare?

Quando qualcuno si approfitta dello straniero. Una stanza in soffitta, non abitabile, 14 metri quadri, indicata come “uso deposito”, a 500 euro al mese, con bagno condiviso. E i locatori sono persone nate qui. Non è solo un problema di chi arriva. È un problema di chi è già qui e sceglie di sfruttare.

Merano convive già. Nelle scuole, nelle cucine, negli uffici, nei condomini. Convivere è una cosa concreta che ti costringe a rivedere idee, a capire meglio come funzionano le regole e dove si inceppano. La diversità può essere vista come ostacolo oppure come opportunità, un arricchimento. Dipende da noi.

Autore: Marco Valente

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