La città di Merano fra antisemitismo e deportazione

Attualità | 25/1/2024

La “Giornata della Memoria” è un evento di grande rilevanza e un atto di civiltà. A maggior ragione lo è per una città come Merano che fin dall’Ottocento ha tratto sviluppo e fama dai suoi concittadini ebrei, ma poi ne ha permesso la persecuzione, i soprusi e la deportazione. 

All’indomani della Prima Guerra Mondiale il Tirolo del Nord e i territori di quello che era stato il Tirolo del Sud, furono percorsi da una veemente ondata di antisemitismo. Non ci furono fatti di sangue ma una propaganda denigratoria di stampo cattolico serpeggiava a più livelli e in numerosi ambienti. Spesso le teorie antisemite venivano veicolate dalle associazioni sportive, come ad esempio l’Alpenverein, e da quelle studentesche che, a partire dal 1921 introdussero l’Arierparagraph, ossia una clausola che impediva agli ebrei iscriversi e far parte dell’associazione. La Comunità ebraica cittadina contava all’epoca centoventi famiglie iscritte per un totale di circa trecento persone. Con l’avvento del fascismo la Comunità visse un breve periodo di crescita numerica e imprenditoriale, ma a partire dal 1936 le cose iniziarono ad aggravarsi per precipitare nell’ottobre del 1938, con l’emanazione delle Leggi razziali. 

Dopo le leggi razziali

Su tutto il territorio nazionale, esse vietavano agli ebrei le attività professionali, ma anche che i nomi degli ebrei comparissero nell’elenco telefonico e i necrologi sui quotidiani. Le pubblicazioni di autori ebrei furono tolte dalle biblioteche, dalle scuole e università. I bambini ebrei furono allontanati dalle scuole, dai parchi, dalle piscine. Alle famiglie bree fu vietato di frequentare luoghi di villeggiatura, i teatri, i caffè, possedere una radio, un’autovettura o una bicicletta. Il 12 marzo 1939 fu la data fissata per gli ebrei stranieri per lasciare l’Italia. Degli ebrei censiti a Merano nel 1938 solo 113 risultarono essere di nazionalità italiana mentre la maggior parte possedevano cittadinanze straniere e provenivano ad esempio da Germania, Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Lituania, Lettonia, Olanda, Spagna, Turchia, Francia, Stati Uniti, Nicaragua. Espulsi dalla provincia di Bolzano cercarono rifugio in vari luoghi fra cui Francia, Svizzera, Palestina e negli Stati Uniti. 

Degli ebrei rimasti in città molti erano anziani, malati o invalidi, ciò nondimeno furono chiamati al lavoro coatto e sottoposti a pesanti mansioni. 

Dopo l’8 settembre 1943

All’indomani della Dichiarazione di Armistizio annunciata dal Generale Pietro Badoglio, Himmler inviò in Alto Adige il Brigadenführer delle SS Karl Brunner. Egli attivò tutte le locali organizzazioni naziste e ordinò loro di arrestare tutti gli ebrei. A Merano arrivò il feroce gruppo al comando di Luis Schintlholzer con il compito di organizzare la deportazione. Gli ebrei furono denunciati da vicini, conoscenti, concorrenti, ed arrestati dagli uomini della Gestapo e della SOD, condotti poi nei sotterranei dell’allora “Casa del Balilla”. 

Qui furono tenuti senza cibo né acqua, interrogati e schedati, quindi condotti al lager di Reichenau presso Innsbruck. Qui furono raggiunti da altri ebrei catturati a Bolzano e in altre località della provincia. Questa del 16 settembre 1943 fu la prima deportazione degli ebrei in Italia. Altri ebrei meranesi furono catturati nelle località dove si erano rifugiati e deportati. Reichenau, Mauthausen, Auschwitz i luoghi della loro morte. 

Solo la Baronessa Walli Hoffmann, cittadina del Lichtenstein, deportata dietro denuncia del suo panettiere, riuscì a fare ritorno a Merano. Parte delle sue proprietà le ritrovò in casa dei suoi concittadini. Di regola infatti i beni degli ebrei andavano incamerati dai nazisti e dai loro collaboratori.

Il lager di Bolzano

Dieci mesi rimase attivo il Lager di Bolzano costituito dai Nazisti nel luglio del 1944 col trasferimento in riva al Talvera del Campo di transito di Fossoli di Carpi. 

Quello di Bolzano doveva essere un campo di transito, ma fu un campo di concentramento a tutti gli effetti dove violenza gratuita, punizioni esemplari, uccisioni, erano la quotidianità per quei 11.116 reclusi che vi transitarono. Si trattava di oppositori politici, ebrei, zingari, militari italiani, disertori e i famigliari dei disertori. Il campo era una stazione intermedia, prima dell’inferno dei campi di sterminio cui tutti erano destinati.  Il lager era in mano ai violenti criminali ucraini Otto Sein e Misha Seifert e ai due feroci comandanti Titho e Haage. Inesorabili furono anche le guardiane soprannominate “le belve” per le orribili cose di cui erano capaci, Else Lechert, Anne Schmidt, Lydia Heise. Tredici furono gli ebrei qui torturati ed uccisi.

La parola “Shoah”

La parola Shoah proviene dalla Bibbia e significa “tempesta devastante”, e la si può leggere ad esempio in Isaia 47, 11. Con questo termine si indica lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Questo vocabolo è preferito a olocausto che, seppur ancora molto diffuso, è errato poichè allude all’idea sacrificio al Signore. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Ben sei milioni furono gli ebrei giovani, vecchi, neonati e adulti, che furono uccisi dalla violenza nazista. La parola Shoah venne usata per la prima volta nel 1938 durante una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista nella Palestina sottoposta al Mandato britannico, riferendosi al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:
la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; la loro espulsione dai territori della Germania; la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche; i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento; la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.
Queste tappe possono essere suddivise in due periodi storici: dal 1933 al 1940, quando il nazismo vide la soluzione della questione ebraica nell’emigrazione; – dal 1941 al 1945, quando venne attuato lo sterminio.

La giornata

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, della Shoah e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La data è stata scelta perché ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, scoprendo il campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.

Autrice: Rosanna Pruccoli

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