Hikikomori, quando i giovani si ritirano

Attualità | 3/6/2021

La pandemia ha acccentuato ancora di più il fenomeno dell’isolamento sociale e coinvolge soprattutto giovani e adolescenti, che decidono di ritrarsi nella proria cameretta e troncare qualsiasi relazione o attività con il mondo esterno. In Alto Adige si contano circa 600 casi. La cooperativa bolzanina “Il Germoglio”, con l’Associazione “La Strada-Der Weg” e il CRAIS di Bolzano ne ha parlato durante un evento online.

Immaginate di rimanere chiusi in casa nella vostra stanza, avendo contatti solamente attraverso il computer, e passare intere giornate tra videogiochi e altre attività da cameretta. Vero, in un certo senso è quello che tutti noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle durante il primo lockdown di marzo 2020, quando l’emergenza Coronavirus sconvolse le nostre vite. Sotto al tappeto di incertezze e paure che pian piano la maggior parte di noi sono riusciti a spazzare via, c’è però chi ci vive ancora, e non per obbligo, ma addirittura per scelta. Si chiamano infatti Hikikomori (termine giapponese che vuol dire ‘stare in disparte’) quelle persone che decidono di ritirarsi dalla società e chiudersi all’interno della propria stanza, troncando qualsiasi tipo di rapporto con l’esterno. Un fenomeno diffuso anche in Alto Adige, dove ad oggi si contano circa 600 casi del genere. Sul tema si è svolto nei giorni scorsi un incontro online promosso dalla cooperativa bolzanina “Il Germoglio-der Sonnenschein” con l’associazione “LaStrada-derWeg”, e con il sostegno e il supporto del CRAIS di Bolzano. Si tratta di enti e associazioni che da tempo fanno del loro meglio per andare incontro alle famiglie dei ragazzi che si ritirano, attraverso progetti come “Invisibili”, o con vere e proprie ricerche o azioni di sensibilizzazione nelle scuole. Il fenomeno coinvolge nella stragrande maggioranza dei casi giovani e adolescenti, ed è un processo lento qullo che porta il ragazzo a ritirarsi lontano da sguardi indiscreti e dai propri affetti più cari, per paura di giudizi, insulti o più semplicemente per il fatto di non sentirsi adeguato nella società in cui viviamo oggi. Ciò porta anche ad un’inevitabile allontanamento dalla scuola, dallo sport o da altre attività di gruppo. Un rifiuto del mondo esterno che dipende il più delle volte da una fragilità d’animo e da sensibilità individuali non capite, da episodi di bullismo, problemi familiari o la continua difficoltà a sentirsi adatti in un ambiente in continua evoluzione, spesso troppo competitivo e giudicante.

Elena Carolei


“Quelle colpite da questo tipo di situazione sono molto spesso famiglie di cultura medio alta, in cui il figlio viene educato ai valori della serietà e dell’impegno a scuola. Ciò comporta alte aspettative nei suoi confronti. Il ragazzo generalmente è brillante e rispettoso, ma ad un certo punto queste aspettative su di lui vengono gradualmente meno”, racconta Elena Carolei, presidente dell’Associazione Genitori Hikikomori Italia. 
Il ragazzo rifiuta gli impegni perché viene messo a confronto con i propri coetanei che hanno valori diversi dai suoi e patisce così il giudizio degli altri. “Si innesca così un vero paradosso, perché il ragazzo che è sempre andato bene a scuola, di punto in bianco decide di non andarci più e rischia la bocciatura per le troppe assenze”, continua Carolei. 
Il giovane in pratica trova rifugio nella sua cameretta, distante dalla pressione della società. E anche l’aiuto iniziale non sempre funziona, perché genera ulteriori pressioni e vergogna.
“Quello degli hikikomori è un fenomeno sempre più presente anche – racconta Gabriele Baldo, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore delle attività dell’associazione regionale Hikikomori Italia -. È importante riuscire a distinguere i vari casi per capire le cause che evocano il ritiro, e che possono essere riconducibili a più fattori”. In questo senso, l’associazione cerca di dare una mano anche ai genitori, che spesso si ritrovano spaesati e non sempre riescono a condividere le proprie paure, sentimenti, sensazioni.

Gabriele Baldo


“Con noi il genitore può conoscere a fondo il problema e avere un confronto sano con altre persone nella stessa situazione. Il gruppo aiuta a superare la vergogna e a chiedere aiuto”, continua Baldo.
E anche il web gioca un ruolo chiave: “È assolutamente sbagliato pensare che internet sia la causa di tutto questo. Contrariamente a quanto si può pensare, il web è un mezzo d’appoggio ad una condizione già esistente per il ragazzo. È grazie al pc infatti che i ragazzi riescono ad avere contatti sociali. Senza internet, probabilmente, l’isolamento sarebbe ancora più duro”, spiega Baldo. Rimane quanto mai fondamentale però sottolineare come non esista una cura o un protocollo certo per far tornare i giovani alla vita di prima. 
“L’importante è riuscire a tenere a bada il giudizio, ascoltare il ragazzo e fare in modo che torni a fidarsi delle persone che ruotano attorno a lui costruendo una rete forte e avendo una forte rapidità d’intervento”, conclude Baldo.

Autore: Alexander Ginestous

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