Aldino: a un passo dal cielo

Attualità | 20/5/2021

La strada che s’inerpica dal bivio di Olmi, ombrosa frazione a valle di Aldino, in direzione di Pietralba, è ancora poco trafficata; tuttavia si preannuncia una bella giornata primaverile e a breve le località più frequentate dai villeggianti della domenica saranno affollate. Prati, malghe e sentieri del Reggelberg brulicheranno di persone ansiose di recuperare il tempo perduto in un anno di restrizioni. Non c’è una nuvola in cielo e neppure le scie vaporose degli aeroplani che sorvolano in gran numero la valle dell’Adige e le Dolomiti riescono a offuscare l’azzurro oltremare che avvolge la chiesa e il campanile del paese affacciati sul punto più elevato di una collina. Ricorda, per trascendenza e luminosità, la volta giottesca della cappella degli Scrovegni. Sembra di stare ad un passo dall’empireo che sfoggia la solenne sapienza divina. Il rintocco secco delle campane che segnano l’ora lacera il silenzio profondo di una tipica domenica di pandemia. Le convivialità sembra ridotta all’essenziale ossia prossima al nulla, la rinuncia alle vecchie abitudini parte preponderante della vita quotidiana. La piazza centrale in leggera salita è spopolata, i locali pubblici chiusi. Le case sbarrate sembrano disabitate. Per assurdo, solo al cimitero che circonda l’edificio sacro e dove un tempo si stipulavano patti e contratti, c’è vita: due o tre persone si prendono cura delle tombe e chiacchierano sottovoce mentre riempiono gli annaffiatoi ad una fontana. 
Il camposanto, costellato di croci di ferro battuto, ricorda un reggimento immobile di cavalieri d’altri tempi in attesa del giorno del giudizio. Per entrare in chiesa, è d’obbligo passare in rassegna le severe sepolture; vita e morte sembrano gravare sui passi solenni dei fedeli. La vista tutt’attorno è grandiosa. 
La sensazione è quella di essere un punto insignificante in uno scenario infinito. Una cornice smisurata di monti imbiancati che un tempo diedero il nome a questa terra: in montanis. Alle nostre spalle si elevano maestosi i “familiari” monti sacri del Corno Bianco e del Corno Nero collegati dal passo degli Oclini, entrambi ricoperti di neve. Qui già millenni fa salivano gli uomini per trovare la vicinanza al loro olimpo e al mondo perenne degli avi; numerosi sono anche i reperti trovati nei vari luoghi di culto. In lontananza le cime bianche del Latemar e verso sud l’imponente gruppo del Brenta che questi saggi montanari legati alla natura consultano per comprendere l’evolversi del tempo. Un fondale che deve aver affascinato fin dall’antichità gli uomini arrivati quassù: come del resto tiene anche noi inchiodati al muro di cinta che circonda chiesa e cimitero. 
È una festa di colori primaverili, Aldino, i prati di un verde sgargiante fungono da corollario a un paesaggio di arcaica bellezza. Ancora non si vedono animali al pascolo, solo grandi uccelli neri sorvolano questo piccolo mondo antico salendo e scendendo ininterrottamente dal campanile a punta di matita. La chiesa è dedicata a S. Elena e risale al primo medioevo. Ma è facile immaginare che su questo promontorio i luoghi di culto si siano succeduti nei secoli. Infatti Aldino, meno di 2000 abitanti, è un paese antico. Secondo alcuni deve il suo nome (che compare come Aldin attorno al 1140) alla sua posizione in altura (dal latino Altinum), secondo altri al nome longobardo Aldo. Certo è che da queste parti correva il confine tra territori bavari e longobardi, come testimoniato anche dal nome di un quartiere della vicina Nova Ponente: Manee, da Arimanne, soldati longobardi a guardia dei confini. Non è neppure esclusa una forma molto più antica come quella proposta da Steub: Althena. Ma siamo nel campo delle ipotesi, nulla più. Attorno alla chiesa troviamo gli edifici più importanti, tra cui il municipio e un piccolo ma ricco museo. 
Per il resto, i masi sono disseminati sul vasto territorio che oltre a Olmi comprende anche il paese di Redagno. Di rilievo, da un punto di vista scientifico, la gola del Bletterbach ai piedi del Corno bianco: una spaccatura verticale che consente l’osservazione delle stratificazioni rocciose avvenute in varie ere geologiche.
Gli abitanti si dicono discendenti di alcune famiglie immigrate dalla Germania meridionale in epoca medievale e perciò, anche in virtù del loro dialetto, vengono chiamati “Hessen”. Curiosa la circostanza che in epoca fascista il paese venisse denominato Valdagno e facesse parte della provincia di Trento: ma quei tempi sono fortunatamente passati.

Autore: Reinhard Christanell

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