Un mese è passato. E forse è proprio dopo il primo mese che ci si rende conto di cosa significhi davvero ambientarsi in una nuova città. All’inizio c’è l’entusiasmo della novità, poi arriva la quotidianità: bisogna trovare persone con cui condividere il tempo, fare amicizia e, soprattutto, imparare a stare da soli. Per me non è stato scontato. Sono una persona che dà il meglio di sé quando può condividere le esperienze e, affrontare questo viaggio, con tutte le difficoltà del caso, mi spaventava.
La nostalgia mi ha accompagnata spesso. Capita di trovarsi in posti meravigliosi, come le isole di Toronto, nel Lago Ontario (non America!), e pensare a quanto sarebbe bello condividere quel momento con gli amici o la famiglia, che in quel preciso istante stanno probabilmente dormendo nei loro letti a Bolzano. Ma sto imparando che la nostalgia non deve per forza essere un freno: se si impara a conviverci, può diventare un catalizzatore per godersi ancora di più ciò che si ha davanti.
Così ho cominciato a dire qualche sì in più, anche quando una parte di me avrebbe preferito restare nella propria zona di comfort. Ho esplorato la città da sola, mi sono buttata in nuove esperienze e ho persino iniziato ad apprezzare il tempo trascorso in silenzio, con i miei pensieri. Chi mi conosce sa che non è mai stata la mia attività preferita. Eppure, piano piano, qualcosa ha iniziato a cambiare: sono arrivate nuove amicizie e la città è diventata meno sconosciuta. Sono riuscita anche a superare lo shock di cenare con professori di “alto rango” che si sono presentati con il nome di battesimo e non con il cognome: la mia italianità, segnata dal sistema universitario italiano, ha avuto un mancamento.
Nel frattempo, Toronto mi sta conquistando. Il Canada, diciamolo, può sembrare un po’ un parco a tema: foglie d’acero ovunque e oche canadesi in ogni dove. Eppure, dietro i cliché, c’è una città che sto imparando a conoscere e che, giorno dopo giorno, mi sembra un po’ più casa. Le sue strade cominciano ad avere un senso e la vista della CN Tower, quando mi siedo a studiare in università, è diventata una presenza familiare.
Ma non tutto diventa più semplice con il passare delle settimane. Se sul fronte della vita quotidiana comincio a sentirmi a casa, su quello accademico la situazione è decisamente più complicata. Scrivere la tesi qui non ha ridotto la confusione: semmai, l’ha moltiplicata. Più leggo, più parlo con persone e più materiale raccolgo, più le domande aumentano invece di diminuire. Ogni nuova risposta sembra aprire altre strade, e scegliere quale seguire diventa sempre più difficile.
Ho deciso di fidarmi del mio supervisore canadese, che mi ha rassicurata dicendomi che senza un po’ di confusione non viene fuori nulla di buono da una ricerca. Speriamo abbia ragione lui, perché altrimenti questo viaggio rischia di diventare troppo divertimento e troppo poca laurea.
Autrice: Anna Michelazzi