Sono a Winnipeg, in Manitoba, per una nuova tappa della mia ricerca sulla memoria e sul modo in cui il Canada racconta la propria storia in relazione alle prospettive indigene. Qui ho visitato due luoghi che mi hanno permesso di riflettere sul rapporto tra le istituzioni, le popolazioni indigene e il passato coloniale del Paese.
Al National Centre for Truth and Reconciliation ho incontrato alcune archiviste per approfondire il lavoro del Centro e il processo di riconciliazione tra lo Stato canadese, la società non indigena e le Nazioni indigene.
La riconciliazione richiede di fare i conti con la colonizzazione, l’espropriazione delle terre e il sistema delle residential schools: scuole istituite e gestite dalle autorità canadesi e dalle Chiese per assimilare le popolazioni indigene. Nel 2015, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha definito questo sistema un caso di genocidio culturale.
Durante il confronto è stato interessante constatare quanto, pur tra difficoltà e questioni ancora irrisolte, sia presente un impegno istituzionale attivo e continuo su questi temi. È un percorso che si sviluppa attorno a una storia tutt’altro che lontana: l’ultima residential school ha chiuso nel 1996 e le conseguenze del colonialismo sono ancora presenti.
La seconda tappa, il Canadian Museum for Human Rights (CMHR), invece mi ha lasciato impressioni contrastanti. L’architettura e gli ampi spazi espositivi rendono possibile soffermarsi sulle tematiche affrontate con i propri tempi, ma il messaggio complessivo mi è apparso, in alcuni momenti poco centrato sulle vittime e incline alla retorica. È una sensazione condivisa anche dall’amico che mi ha accompagnata. È interessante confrontare lo sforzo istituzionale verso la riconciliazione con le difficoltà che emergono nel tradurlo concretamente in un percorso museale.
Di questo museo mi ha colpito lo squilibrio tra lo spazio dedicato alla Shoah e quello riservato alle popolazioni indigene. La prima è raccontata in un’area unitaria, mentre le esperienze indigene sono distribuite in sezioni più piccole tra gallerie e piani diversi. A mio avviso, questa dispersione frammenta il racconto e ne riduce la visibilità.
Anche la scarsità di dati e il frequente ricorso a domande retoriche mi sono sembrati limiti del percorso. In alcuni momenti, anziché offrire strumenti per comprendere la complessità storica e sviluppare una riflessione autonoma, il museo sembra suggerire al visitatore una risposta già pronta.
Sono impressioni personali, maturate durante la visita, ma che si intrecciano direttamente con le domande al centro della mia ricerca: chi racconta la storia di un Paese? Quali memorie trovano spazio nei luoghi pubblici e nei musei? E che cosa accade quando il racconto ufficiale viene messo in discussione da chi, per lungo tempo, ne è rimasto ai margini?
È proprio questo il valore della ricerca sul campo. Leggere e studiare sono azioni indispensabili, ma entrare nei luoghi in cui la memoria viene costruita e rappresentata permette di osservare da vicino le contraddizioni, confrontarsi con chi ci lavora e mettere alla prova le proprie interpretazioni.
Autrice: Anna Michelazzi