Sara ha una laurea magistrale appena presa e, invece di scegliere un posto per il quale aveva già firmato in una grande azienda della zona, è partita per sei mesi a Kampala. Appena l’ho saputo ho voluto saperne di più: i suoi coetanei, finiti gli studi, al massimo arrivano a Londra o a Berlino, e una destinazione così fuori dal tragitto consueto mi è sembrata un ottimo pretesto per farle qualche domanda.
Perché l’Uganda e non quel posto in azienda?
“Ho deciso di farlo perché mi sono detta: se non lo faccio ora, quando lo farò mai? Posso tranquillamente iniziare a lavorare lì tra sei mesi, ma una volta che avrò iniziato a lavorare sul serio sarà molto più difficile prendermi questi sei mesi per andare in Africa.”
Cosa ti porti via di buono?
Lavorava, mi racconta, con colleghi laureati che la magistrale, quando riescono a permettersela, la prendono a trentacinque anni: da qui la prima cosa che si porta a casa.
“Sicuramente porta a essere più consapevoli e più grati di quello che abbiamo. Da noi ormai è la base finire la triennale e poter continuare a studiare, qui no.”
E di difficile?
“Il governo può fare letteralmente quello che vuole quando vuole. Se l’entità che gestisce la luce decide che mercoledì alle 10 ti tolgono la corrente, lo fanno senza avvisarti.” Anche la libertà di muoversi è un’altra faccenda rispetto a quanto siamo abituati: “Tu vuoi fare una passeggiata per i fatti tuoi e non puoi.” E poi c’è il problema di non avere nessun supporto a cui rivolgersi, di non sapere chi chiamare quando qualcosa va storto: in quei giorni il suo padrone di casa la stava minacciando di trattenere la caparra per una tinteggiatura mai pattuita nel contratto, e lei non aveva idea di chi avvertire, di a chi chiedere aiuto.
Le persone che hai conosciuto, come vivono tutto questo?
“Gli ugandesi hanno una grande pazienza, una grande calma nell’accettare queste cose.” Una calma che si spiega, aggiunge subito dopo, con qualcosa di più serio di un semplice temperamento: “C’è una repressione molto severa: alle elezioni scorse ci sono state delle manifestazioni e sono morte molte persone, quindi fa paura manifestare dissenso.”
E Bolzano, in tutto questo?
Mi racconta di un autobus preso a dicembre, tornata per le feste, e di una donna di colore seduta tra i passeggeri. “Noto molto di più le persone diverse. Non la noto perché è diversa in quanto tale, ma noto il fatto che lei è diversa in un posto in cui tutti sono diversi da lei.” Da lì, una domanda che non si era mai posta prima: “L’altro giorno mi sono ritrovata a domandarmi ‘ma io ho amici di colore a Bolzano?’ La risposta è no. Non conosco nessuna persona di colore.”
Ripartiresti?
“Ripeterei l’esperienza. Sia perché non l’avrei mai scoperto se non facendola, ma anche perché sono cose che ti fanno capire tante cose su te stessa, sul mondo e su modi diversi di vivere il mondo.”
E dopo tutto questo, Bolzano la vedi ancora come un punto d’arrivo?
“Nel mio futuro mi vedo a vivere a Bolzano, perché nonostante le dimensioni ha un’offerta vastissima di attività, anche a livello culturale, e c’è una miriade di attività che uno può fare in modo gratuito che non è facile trovare per le dimensioni che ha Bolzano. Quindi può stare un po’ stretta, è un po’ piccola, però sì, è una città in cui vivrei, anche se non adesso.”
Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour