Giuseppe Albertoni, professore universitario di storia medievale, martedì 6 ottobre ha inaugurato il ciclo di incontri “Noi e le storie 2026. Indagare il passato, capire il presente”, organizzato dalla Biblioteca Provinciale Claudia Augusta con il patrocinio dell’Università di Trento. Durante la conferenza “Nero come il diavolo, nero come il peccato o nero come un etiope. È esistito un razzismo nel Medioevo?”, è stata ricostruita la figura del santo e la sua adozione da parte dell’imperatore Ottone I di Germania.
Chi si rechi al duomo di Magdeburgo, dove riposano le spoglie di Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, noterà a guardia del sepolcro una singolare statua raffigurante un cavaliere di incarnato scuro e dai tratti somatici africani. Si tratta di San Maurizio, generale romano di origini subsahariane della mitica Legione tebea che nel III secolo subì il martirio insieme ai suoi uomini per essersi rifiutato di perseguitare i cristiani della regione in cui era stato inviato a reprimere una rivolta. Ma come ha fatto un legionario romano, poi santo, a diventare il simbolo del primo imperatore sassone che regnò nel cuore dell’Europa?
Durante la conferenza, Albertoni ne ha ripercorso la storia e la leggenda. Dapprima, a consolidare il culto del santo, vi è il suo attributo principale: una lancia che, lungi dall’essere un’arma qualunque, era secondo la tradizione la lancia con cui Longino trafisse il costato di Cristo; in seguito, il santo etiope l’ottenne e la brandì fino all’ultima battaglia. Dopo alcune peripezie, la reliquia venne storicamente acquistata da Enrico I, il padre di Ottone, e da quel momento in poi si legò alla figura regale. A questo elemento si aggiunse l’aspetto che risultava alieno per le genti dell’epoca: il colore della pelle e i tratti somatici. Albertoni riconosce che, riferendosi a quel tempo, non si può parlare di razzismo per come lo intendiamo oggi: il termine ‘razza’ ancora non esisteva e il principale discrimine tra i popoli era la fede. Difatti, agli occhi di un europeo cristiano, un etiope, anch’esso cristiano, era a lui più simile di un saraceno musulmano. Dunque, una prima forma di pregiudizio era più propriamente culturale che biologica (per la quale bisognerà aspettare la modernità). Ottone, dunque, senza indugiare in sottigliezze fisionomiche, scelse questo santo per mostrare che, in quanto imperatore dei cristiani, il suo potere era universale e si estendeva su tutto l’ecumene, dall’Europa all’Africa; e San Maurizio, il difensore del cristianesimo, ne legittimava il potere.
E il diavolo di cui parla il titolo? Riguardo a quello, Albertoni studia l’evoluzione dell’interpretazione del colore nero nel corso di tutto il medioevo, spaziando dal peccato alla possibilità di redenzione. Ma preferiamo lasciarvi alla lettura del suo libro “Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel medioevo” (il Mulino, 2026), nel quale il professore affronta ampiamente questa e altre questioni.
Per concludere con una nota locale, ricordiamo l’importanza di San Maurizio su tutto l’arco alpino. In origine, il culto del santo si diffuse dall’antica Borgogna fino al resto dell’Europa centrale. Era, infatti, particolarmente venerato nelle Alpi e anche in Alto Adige ebbe fortuna. Basti pensare alla toponomastica della regione. Infatti, varie sono le località che ne portano il nome, come San Maurizio, in Val d’Ultimo, della cui chiesa si fa menzione già nel 1278 e San Maurizio (Sauders), in Valle Isarco, che trae il nome dall’omonimo luogo di culto; altri esempi di templi cristiani consacrati al santo sono l’antica chiesa di San Maurizio a San Candido, risalente al 970 e poi chiusa nel 1786, e le chiesette del XIII secolo a Bolzano e a Sella. Nella storia recente, San Maurizio ha continuato a essere ricordato nella nostra regione dopo la proclamazione a santo patrono degli Alpini nel 1941 da parte di Papa Pio XII, proprio a ridosso della disastrosa Campagna di Russia. Nella tragedia, il santo etiope fu un faro di speranza, fede e resistenza per migliaia di soldati allo sbaraglio. Da patrono dell’imperatore a difensore dei soldati al fronte, San Maurizio ha così mantenuto nei secoli il suo carattere di santo difensore e di simbolo dell’universalismo della fede cristiana.
Si ricordano i prossimi appuntamenti di “Noi e le storie”: mercoledì 7 si è tenuta la conferenza “Un mondo da costruire. Geopolitica ed economia tra Baltico e Mediterraneo dopo la Prima guerra mondiale”, con Andrea Leonardi in dialogo con Andreas Gottsmann e Andrea Bonoldi; martedì 20 ottobre, alle ore 17:30, avrà luogo “Storie mobili. La via del Brennero in una prospettiva di lungo periodo”, con Stefano Barbacetto a colloquio con Elvira Migliario e Andrea Bonoldi; martedì 27 si terrà “La dissoluzione dell’Impero asburgico e le manipolazioni della storia”, con Hans Heiss che dialogherà con Marco Bellabarba; infine, martedì 17 novembre si svolgerà l’ultimo incontro “L’Impero indisciplinato. Un’altra Mitteleuropa tra controllo e resistenza”, con Francesca Brunet e Serena Luzzi. Da questi incontri verrà tratto un podcast in collaborazione con la RAI.
Autore: Tommaso Calamaro