Nel luglio del 2006, vent’anni fa, la comunità di Fiè allo Sciliar, in provincia di Bolzano, presso Castel Presule posava una targa commemorativa per ricordare le concittadine e i concittadini condannati e giustiziati cinque secoli prima con la terribile accusa di stregoneria.
Il Tirolo storico, inteso come la regione che comprende l’odierno Land austriaco e le attuali province di Trento e Bolzano, fu uno dei territori europei in cui la repressione contro streghe e stregoni risultò più dura, sistematica e duratura. Qui il fenomeno si manifestò in anticipo e si esaurì più tardi rispetto ad altre zone, lasciandoci in eredità una vasta mole di documenti. Ma perché?
Questa era una terra di montagne, nelle cui valli isolate erano sopravvissute a lungo tracce di antichi culti e divinità precristiane. Al contempo, il territorio costituiva una cerniera tra l’Europa mediterranea e quella continentale, per cui, quando l’Europa fu spaccata dalla Riforma e insanguinata dalle guerre di religione, il Tirolo assunse un ruolo di filtro e barriera fra il mondo cattolico e quello protestante.
In quel clima di forti tensioni, acutizzate dalla Controriforma che prendeva avvio con il grande Concilio ospitato proprio a Trento, la già esistente azione repressiva contro le forze del male si inasprì, per raggiungere il suo apice tra il Cinquecento e il Seicento. La “caccia” divenne anche uno strumento della politica: gli Stati e i tribunali civili si occuparono sempre di più della gestione dei processi, rendendoli mezzi di affermazione e controllo. Nel 1532, l’imperatore Carlo V emanò una costituzione che prevedeva pene severe per la magia e i crimini contro la religione. Era un’ossessione che pervadeva l’intera cultura occidentale, alimentata da numerosi manuali di demonologia, come il famigerato Malleus Maleficarum, i quali trovarono ampia diffusione grazie alla nascente stampa. E se persino i grandi intellettuali dell’epoca credevano fermamente nel sovrannaturale e nell’azione del demonio, ben poco spazio poteva trovare lo scetticismo.
In questo clima di paura e sospetti, la macchina repressiva si accanì con dinamiche analoghe sia nelle valli di lingua tedesca sia in quelle italofone, come dimostrano alcuni fra gli esempi più noti e significativi, studiati nel tempo. Già all’inizio del Cinquecento, la Valle di Fiemme fu teatro di diversi processi, avviati con l’arresto di un ambulante che vendeva rimedi e previsioni. Negli anni immediatamente successivi, presso il già ricordato castello di Presule, si scatenò la persecuzione delle “streghe dello Sciliar”, in un contesto di malcontento popolare dovuto a un aumento della pressione fiscale da parte dell’imperatore. Nel Seicento, anche la Valle di Non fu interessata da un’ampia indagine, la quale trovò linfa in quel substrato di sospetto e timori generalizzati che essa stessa contribuì a esacerbare. Nello stesso secolo, presso il castello di Rodengo, all’imbocco della Val Pusteria, fu invece arso sul rogo un vagabondo impoverito, destinato a essere ricordato, fra storia e leggenda, come Lauterfresser, il più famoso mago-stregone della tradizione sudtirolese. In quel periodo, a Nogaredo, vicino a Rovereto, ebbero inizio i processi che, nei due decenni successivi, si estesero a tutto il territorio circostante, trovando terreno fertile nelle tensioni sociali ed economiche legate ai grandi mutamenti degli equilibri tradizionali, quando il vecchio mondo contadino stava cedendo il passo alle prime forme di manifattura per la produzione della seta.
Come osserva la studiosa Pinuccia Di Gesaro nel suo monumentale saggio Streghe, per molto tempo il fenomeno è stato trascurato dai libri di storia. Questa tardiva attenzione potrebbe essere il frutto del tentativo di rimuovere una colpa collettiva. Non dobbiamo infatti dimenticare che in Europa occidentale l’ossessione per il demoniaco si è tradotta nel massacro di decine di migliaia di persone, in grande maggioranza donne, tanto da poter essere definita “la prima grande strage della società moderna europea”. La responsabilità non può ricadere solo su inquisitori fanatici o giudici spietati: essa va attribuita a una società intera che, disorientata dai cambiamenti di un’epoca, fiaccata dalle carestie e terrorizzata dalle guerre, scelse di coalizzarsi contro i più deboli e i diversi.
Leggere oggi le storie di quei processi non deve solo suscitarci orrore per un passato oscuro, ma anche aiutarci ad affinare lo sguardo. La dinamica del “capro espiatorio”, la diffidenza e la discriminazione verso chi è percepito come diverso e l’intolleranza alimentata dalla paura sono meccanismi ancora drammaticamente attuali. Ricordare le vittime di ieri ha senso soprattutto se ci insegna a non accendere i roghi, ideologici e mediatici, di oggi e di domani.
Questo sforzo porta con sé un messaggio di stringente attualità: trasformare una tragedia storica in una lezione civica. La memoria si fa monito, insegnandoci a riconoscere e combattere i pregiudizi che ancora oggi si annidano nella nostra società. Proprio come ci invita a fare la targa presso Castel Presule.
Autore: Gabriele Zancanella