Castelli, patrimoni da rendere accessibili

Attualità | 3/9/2026

Musei, castelli e istituzioni culturali si interrogano sempre più su come aprire il proprio patrimonio a pubblici diversi. Non si tratta soltanto di abbattere le barriere architettoniche: rendere la cultura più accessibile significa anche trovare nuovi modi per raccontarla e permettere a più persone di partecipare alla vita culturale. Tra le iniziative che si muovono in questa direzione, merita attenzione quella proposta il 12 settembre a Castel Roncolo: due visite accompagnate in lingua dei segni, una in Österreichische Gebärdensprache (ÖGS), la lingua dei segni austriaca, e una in Lingua dei segni italiana (LIS).

La scelta assume un significato particolare proprio per il luogo in cui prende forma. Arroccato su uno sperone di roccia all’imbocco della Val Sarentino, Castel Roncolo presenta, per la sua posizione e la sua architettura, barriere fisiche difficili da superare. Se non tutto può essere reso accessibile, si può però intervenire su altre barriere, a partire da quelle della comunicazione, favorendo così una maggiore inclusione.

Costruito nel XIII secolo, Castel Roncolo è uno dei più importanti manieri medievali dell’arco alpino ed è conosciuto soprattutto per il suo patrimonio di affreschi profani. Dame e cavalieri, tornei, scene di caccia e vicende tratte dalla letteratura cavalleresca trasformano le sue pareti in un grande racconto per immagini del mondo cortese medievale. Un patrimonio che la Fondazione Castelli di Bolzano vuole rendere fruibile a un pubblico sempre più ampio.

L’appuntamento di sabato 12 settembre è organizzato in collaborazione con l’ENS, Ente Nazionale Sordi. Le guide del castello saranno affiancate da interpreti in lingua dei segni.

Ne abbiamo parlato con Anna Bernardo e Florian Hofer della Fondazione Castelli di Bolzano, la società partecipata dal Comune che gestisce Castel Roncolo e Castel Mareccio.

L’INIZIATIVA

Castel Roncolo è un monumento che, per le sue caratteristiche, presenta un serio problema di accessibilità. Quanto pesa questo aspetto?

Anna Bernardo e Florian Hofer – È un problema reale. Castel Roncolo sorge su uno sperone di roccia all’ingresso della Val Sarentino e già la sua posizione costituisce una barriera. A questo si aggiunge l’architettura stessa del maniero, con scale, dislivelli e spazi propri di un edificio medievale. Per queste caratteristiche, Castel Roncolo non è accessibile alle persone con disabilità motoria.

Se sul piano dell’accessibilità fisica i limiti sono difficilmente superabili, è però possibile intervenire su altre barriere?

È proprio quello che stiamo cercando di fare. Vogliamo rendere Castel Roncolo più inclusivo da altri punti di vista. Le visite in lingua dei segni rappresentano un primo passo per aprirci a esigenze nuove e a pubblici che finora potevano incontrare difficoltà nell’accedere pienamente ai contenuti del castello.

Quindi accessibilità non significa soltanto poter entrare fisicamente in un luogo.

Esatto. Inclusione e accessibilità sono strettamente collegate. Ci sono barriere architettoniche sulle quali, in un edificio storico come questo, non sempre è possibile intervenire. Ma possono esserci anche barriere nella comunicazione e nella possibilità di comprendere ciò che viene raccontato. Su queste possiamo e vogliamo lavorare.

E Castel Roncolo ha molto da raccontare. Che cosa lo rende così particolare?

La sua caratteristica più conosciuta sono sicuramente i cicli di affreschi profani. È un patrimonio eccezionale e costituisce uno degli elementi che rendono Castel Roncolo un luogo così particolare. Proprio per questo è importante cercare nuovi modi per permettere a un pubblico sempre più ampio di conoscerlo.

Le visite del 12 settembre diventano così anche un esperimento concreto su un tema che riguarda l’intero mondo della cultura: un monumento storico non può sempre essere modificato materialmente, ma può cambiare il modo nel quale racconta se stesso. E quindi ampliare, almeno dove è possibile, la platea delle persone alle quali quel patrimonio appartiene.

Le prenotazioni per entrambe le visite sono aperte fino al 6 settembre, al numero 0471 329808 o all’indirizzo runkelstein@runkelstein.info

LE DUE LINGUE DEI SEGNI

Due visite, ma anche due lingue diverse. L’appuntamento del 12 settembre a Castel Roncolo prevede infatti alle 10.30 una visita accompagnata in Österreichische Gebärdensprache (ÖGS), la lingua dei segni austriaca, e alle 11.30 una in Lingua dei segni italiana (LIS).

Per chi non conosce da vicino il mondo delle persone sorde, la scelta può suscitare una domanda: perché in una provincia italiana bilingue si utilizzano la lingua dei segni italiana e quella austriaca, anziché una lingua dei segni tedesca? Lo abbiamo chiesto a Sarah Boscolo, referente bolzanina dell’ENS, Ente Nazionale Sordi.

Partiamo da un equivoco piuttosto diffuso: esiste una lingua dei segni universale?

No. Le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti e, proprio come quelle parlate, sono differenti tra loro. Esistono quindi la LIS, la Lingua dei segni italiana, l’ÖGS austriaca e altre lingue dei segni utilizzate nei diversi Paesi.

A Castel Roncolo avete scelto LIS e Österreichische Gebärdensprache. Perché proprio la lingua dei segni austriaca per il pubblico di madrelingua tedesca?

La spiegazione è legata anche alla storia della comunità sorda dell’Alto Adige. Per diverse persone sorde sudtirolesi di madrelingua tedesca il percorso scolastico e formativo si svolgeva oltre il Brennero, in Tirolo. Il principale punto di riferimento era Mils, vicino a Innsbruck. Si sono quindi creati rapporti molto forti con l’ambiente linguistico austriaco e con l’Österreichische Gebärdensprache.

A Mils si trova ancora oggi il Zentrum für Hören und Sehen, che in passato portava il nome di Taubstummenanstalt, letteralmente “istituto per sordomuti”. Una denominazione oggi superata: anche il cambiamento del nome racconta l’evoluzione nell’approccio alla sordità e all’educazione delle persone sorde.

Quindi non esiste una generica “lingua dei segni tedesca” valida per tutto il mondo germanofono?

No. L’Austria ha la propria lingua dei segni, così come la Germania ha la Deutsche Gebärdensprache, la DGS. Sono lingue diverse. Naturalmente possono esserci somiglianze e contatti, ma non bisogna pensare che una persona sorda che utilizza una lingua dei segni comprenda automaticamente tutte le altre.

Il riconoscimento delle lingue dei segni, però, è il risultato di un percorso relativamente recente.

Sì. Per molto tempo nelle scuole l’uso dei segni è stato vietato e si privilegiava esclusivamente l’apprendimento della lingua parlata. I bambini sordi arrivavano a segnare di nascosto per comunicare tra loro e potevano essere puniti se venivano scoperti. In alcuni casi gli insegnanti li facevano addirittura sedere sulle proprie mani per impedire loro di segnare. La lingua dei segni non era considerata una vera lingua, con conseguenze anche molto pesanti sull’accesso dei bambini sordi all’istruzione.

Parliamo di una realtà ormai molto lontana?

Non del tutto. Molte cose sono cambiate, ma il riconoscimento ufficiale è molto recente: in Italia la LIS è stata riconosciuta soltanto nel 2021. Anche oggi rimangono questioni aperte, a partire dall’accesso dei bambini sordi alla lingua dei segni e dalla piena partecipazione delle persone sorde alla vita sociale e culturale. C’è ancora molto lavoro da fare.

Autore: Till Antonio Mola

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