Sono le otto di mattina qui a Merano, le due di notte a Boston. Sei ore di differenza che rendono la chiacchierata con Samuel Quaresima, amico d’infanzia, un piccolo esercizio di equilibrismo tra impegni e fusi orari. Boston, Massachusetts, poco più di 650mila abitanti in città. E non basta.
Parliamo di oltre quattro milioni di abitanti nell’area metropolitana, dista da New York circa 350 chilometri. È lì che Samuel vive ormai da tre anni.
Quanti anni hai?
Ventisette.
Cosa hai studiato?
Chimica a Ferrara, sia la triennale che la magistrale.
E da dove è partita, scusa il gioco di parole, la scelta di partire?
Un giorno ho trovato su Facebook l’annuncio pubblicato da un professore americano, che stava cercando tesisti in ingegneria elettronica.Non c’entravo granché con i requisiti, ma avevo esperienza di laboratorio e mi hanno preso. Come condizione mi hanno chiesto se fossi disponibile anche per il dottorato. Sono rimasto.
Come sei arrivato a Boston?
In aereo. Scherzi a parte, non ho cercato io l’università, ho trovato quell’annuncio e per vie traverse sono arrivato qui. Prima di partire non sapevo nemmeno che Harvard e il MIT fossero a Boston, l’ho scoperto dopo.
Che iter hai dovuto affrontare per ottenere l’autorizzazione a lavorare negli USA?
È un po’ particolare, perché io non sono considerato un lavoratore. Faccio un dottorato, quindi sono un ricercatore, ma qui sei visto più come uno studente universitario che però riceve uno stipendio. Ho un visto studentesco, che dura finché resto immatricolato all’università e continuo il dottorato.
Da quanto tempo sei lì ormai?
Tre anni. Sono arrivato nell’estate del 2023 per la tesi magistrale, l’ho finita alla fine di novembre. Il dottorato è iniziato ufficialmente l’8 gennaio 2024.
Di cosa ti occupi esattamente?
Disegno, fabbrico e testo componenti miniaturizzati su chip: antenne, sensori, componenti piezoelettriche, che si deformano fisicamente quando gli si applica una tensione. Sfrutto quell’effetto per creare sensori wireless di temperatura, campo magnetico, umidità. Ed essendo su chip sono piccolissimi.
Com’è una tua giornata tipo?
Mi sveglio, faccio colazione, vado all’università, che per fortuna è a dieci minuti a piedi da casa. Lavoro al computer o in laboratorio, dove costruiamo i microchip. La sera torno a casa, ceno e collasso sul divano, oppure esco, perché a Boston ci sono cose da fare, il cinema all’aperto d’estate per esempio.
C’è qualcosa del modo di lavorare lì che ti ha spiazzato all’inizio?
La cultura del lavoro qui è diversa: più lavori, meglio sei considerato. Se all’inizio ti prendi un po’ di spazio, esci prima o entri dopo, ricevi occhiate poco carine.
Il clima politico americano, di questi tempi, si sente anche dove lavori, o resta fuori dalla porta?
Vivo in Massachusetts, che è uno stato blu, democratico. Non ci sono i grandi rally o le parate a favore del presidente che si vedono in tv, né una grande presenza dell’ICE. Però il mio visto studentesco ha già subito delle riduzioni da quando c’è la nuova amministrazione, e mi aspetto altri impatti in futuro sul tempo che si può restare negli Stati Uniti mentre si studia. Sullo status un impatto c’è. Sulla vita di tutti i giorni si sente meno.
C’è un episodio che ti ha fatto dire “ok, sono proprio in America”?
Andare al supermercato, già di per sé. Da noi trovi scaffali pieni di pasta, riso, vino. Qui invece file e file di scaffali pieni solo di patatine.
Tu hai un passato nel basket. Vedersi una partita NBA dal vivo, che effetto fa?
È molto bello, ci sono andato un paio di volte, emozionante. Ma tra gli sport visti dal vivo, ho preferito il baseball. Molti non la pensano come me, però a me piace: sei più vicino al campo, perché nel basket il campo è piccolo e per stare vicino devi pagare migliaia di dollari. Nel baseball è più semplice, e giocano molte più partite.
In che occasioni ti capita di parlare italiano o tedesco, lì?
Vivo in una bolla strana: il mio ufficio è quasi per metà italiano, a partire dal professore che mi ha reclutato. Nel mio periodo sono stati presi molti studenti italiani, perché all’estero siamo considerati preparati. Quindi l’italiano non è mai uscito dalla mia vita. Il tedesco molto meno.
C’è qualcosa che dici o fai che ti tradisce subito come europeo, italiano o altoatesino?
L’accento, quello lo sappiamo tutti. Poi, se guardo i colleghi d’ufficio, le uniche persone che fumano sigarette sono gli europei. Qui, dopo le grandi cause contro il tabacco negli anni Novanta, il fumo è stato praticamente debellato. Se vedi qualcuno con una sigaretta, è palesemente europeo.
Quante volte hai mangiato canederli nell’ultimo anno?
Forse una volta, a Natale, quando sono tornato a casa. Ma non sono nemmeno sicuro. Mi hai fatto venire voglia, però: magari al prossimo Natale me ne ordino un piatto al ristorante.
Riesci a mantenere vive alcune abitudini gastronomiche?
Assolutamente. Qui, con tutti gli immigrati che ci sono, puoi assaggiare cucine di tutto il mondo. Ho mangiato per la prima volta in vita mia la cucina del Myanmar, ed è diventata una delle mie preferite, una cosa che in Italia non potrei fare. A Boston ce ne sono due. Cucinare a casa, comunque, fa sempre bene, alla salute e al portafoglio. Nel weekend, se c’è qualcuno con cui farle, mi capita di preparare Rostkartoffeln e Spiegeleier. Qualcosa di casa lo tengo sempre.
È vero che la Nutella americana ha un sapore diverso?
Confermo, ha un sapore diverso. Ci sono amici che se la portano dall’Italia anche se qui la trovano. Pare che quella canadese sia un buon compromesso tra le due, ma non sono un intenditore.
Cosa ti manca di più dell’Alto Adige, o dell’Italia in generale?
La vita più tranquilla, meno frenetica. Per fortuna a Boston posso girare in bici, è una grande città ma piccola, molto verde, non la classica America dove serve per forza la macchina. Io la macchina non ce l’ho, tra l’altro non troverei nemmeno parcheggio. Quello che manca davvero sono le montagne, qui è tutto piatto. Mi hanno sempre detto che tra le grandi città americane Boston è la più europea, ed è vero.
E cosa, invece, non ti manca?
Non lo so, in realtà. Più vivo fuori più mi rendo conto che in Italia, con tutti i suoi problemi, si sta bene.
Le montagne più vicine a Boston: mai andato a vederle?
Ci sono andato un paio di volte, non a sciare, anche se ho amici che ci vanno. Le chiamano montagne, ma sono alte ottocento metri: diciamo colline.
C’è un momento in cui ti sei sentito davvero parte di quel mondo, non più solo ospite?
Ogni volta che vai a vedere un evento sportivo qui suonano l’inno nazionale, prima della partita. E in quel momento un po’ ti rendi conto, dici: caspita, sono in un altro Paese. Sono ospite, però dopo tre anni è un po’ casa anche quello. Quando vado in Italia dico “che bello, torno a casa”. Quando torno qui è sempre un po’ triste lasciare l’Italia, ma appena atterro mi sento comunque arrivato a casa. Ormai è come se avessi due o tre case, a seconda dei posti in cui sono stato.
Un episodio divertente?
Un paio di mesi dopo essere arrivato a Boston, ero al supermercato e indossavo una maglietta con una scritta in spagnolo. Un signore la vede e mi attacca discorso in spagnolo. Gli dico che non lo parlo, mi chiede da dove vengo. Dall’Italia, dico. Da dove, dal nord, vicino al confine con l’Austria? Sì, dalle Dolomiti, rispondo, e a quanto pare qui le conoscono tutti, sono diventate una meta turistica famosa. E da dove esattamente? Provincia di Bolzano. Ah, Bolzano: Ötzi, la mummia! Non mi capacitavo. Avevo trovato, in un supermercato dall’altra parte del mondo, alle nove di sera, una persona che conosceva Ötzi.
Autore: Marco Valente