Thomas Bernhard (1931-1989) fu lo scrittore del perturbamento. Austriaco e più grande odiatore dell’Austria, si distinse già in vita per opere quali “Il nipote di Wittgenstein”, “Amras” o lo stesso “Perturbamento”. Il suo rapporto contrastato nei confronti dei paesaggi austriaci e della vita di provincia alimentò in lui un rapporto di odiamore anche per le montagne altoatesine e per le persone che le infestano con le proprie ossessioni.
Nelle storie di Bernhard il monologo è alla base del narrare anche quando vorrebbe vestirsi da dialogo. Il punto fermo è una rarità che va dosata con parsimonia, rendendo la prosa un enorme serpente che avviluppa il lettore con circonvoluzioni di pensieri ripetuti fino al parossismo, tutti apparentemente uguali, ma gradualmente diversi. L’ossessione si fa pensiero e il pensiero, spesso, si fa camminare. Camminare, pensare e ripetere. Camminare in campagna, nel bosco, in montagna, incontrando pazzi che costruiscono la propria vita di lucida razionalità. Parlare con questi pazzi e camminare con le parole, girando attorno al nocciolo dello stesso unico pensiero senza mai raggiungerlo completamente nonostante i tanti passi fatti.
Camminare è fondamentale, ma altrettanto importante è avere uno spazio che contenga il pensare. E anche quando tale posto è all’aperto, immerso nella natura, è fortemente claustrofobico. Le montagne – tirolesi e altoatesine – sono descritte come luoghi cupi, opprimenti, che isolano l’individuo e lo immergono nelle proprie paranoie solipsistiche. L’Alto Adige, con le sue piccole comunità insediate su cime altissime, diventa quindi il palcoscenico perfetto per i racconti asfissianti di Bernhard.
È soprattutto nella raccolta “Midland a Stilfs” (1971) che si possono trovare riferimenti all’Alto Adige. Nell’omonimo racconto, una famiglia che vive isolata sullo Stelvio si prepara a ricevere la visita di Midland, un signorotto inglese che annualmente trascorre qualche giorno nella loro fattoria. Per il visitatore occasionale Stilfs può sembrare un luogo ideale, ma per i suoi abitanti è solo “disgusto, apatia e disperazione”. L’ospite crede che nella quiete dello Stelvio i contadini abbiano elaborato scienze di altissimo valore, ma in realtà la solitudine isterilisce il pensiero e tutto ciò che possono fare è ammazzarsi di lavoro, perché ammazzarsi davvero non è contemplato: “Facciamo del pensiero del suicidio il nostro unico pensiero, ma il suicidio non lo commettiamo”. Nonostante il fraintendimento, non possono comunicare a Midland la reale natura del luogo, perché in tal caso smetterebbe di far loro visita e con lui verrebbe meno anche quell’elemento esterno di novità che li tiene ancora in vita.
In “Sull’Ortles. Notizie da Gomagoi”, due fratelli, un acrobata e un meteorologo, si incamminano verso la malga di famiglia. Durante l’ascesa, i due discutono della propria esistenza e di come avessero cercato di perfezionare le rispettive arti. La malga sull’Ortles diventa, come la fattoria di Stilfs, un luogo dove poter approfondire il proprio sapere, ma che in realtà lo opprime con la sua estrema solitudine. Nonostante la stanchezza, non vogliono fermarsi, anzi, bisogna accelerare, perché interrompere la marcia equivarrebbe a interrompere il pensiero. E se il pensare e il camminare sono due facce della stessa medaglia, Bernhard ci tiene a specificare che essi non sono totali: non è possibile pensare e camminare con la stessa intensità, ma, da come uno cammina si può capire come pensa, e viceversa. Paesaggio e mente si riversano l’uno nell’altra: “Quanto paesaggio! Quanta malattia mentale!”. La destinazione non importa più; è l’ascesa ciò che conta. Ma l’obiettivo diventa dubbio e, quando arrivano, trovano solo un ammasso di macerie, specchio della condizione mentale del fratello acrobata che, una volta tornato a valle, viene ricoverato in un istituto.
Le montagne altoatesine sembrano dunque paradiso terrestre e momento di raccoglimento a chi le visita, luogo di reclusione, follia e tragedie a chi le abita. La montagna diventa lo specchio della mente dell’osservatore. Con la sua solitudine esaspera le ossessioni, dando forma alle manie di chi vi si avventura: “Abbiamo paura del vuoto della nostra mente e del vuoto del paesaggio causato dal vuoto della nostra mente”, dicono i due fratelli sull’Ortles.
Insomma, i personaggi bernhardiani, nonostante il tanto camminare e ascendere, continuano a girare attorno al vuoto della propria mente, fino a ritrovarne il riflesso nel paesaggio stesso.
Autore: Tommaso Calamaro