Strike Up, la realtà giovanile è cresciuta insieme a lui

Attualità | 25/6/2026

Cosa fanno un prete, un professore e sei giovani? Danno vita a un centro giovanile. E lo fanno nel 1984, in una casa che, in origine, era stata costruita per tutt’altro scopo. Quella casa, in via Roma 1 a Merano, era infatti la ex Casa del fascio, edificata nel 1940, ovvero in pieno regime.

Dopo la guerra era diventata Casa del popolo, poi era passata allo Stato, poi alla parrocchia di Santo Spirito. E il 1° dicembre 1984, attorno a un tavolo in quei locali, nasceva formalmente il Centro giovani Santo Spirito. Quarantadue anni dopo («quarant’anni e un po’…») il centro si chiama Strike Up e l’11 giugno scorso ha festeggiato il suo anniversario.

A raccontarlo è Giorgio Balzarini, presidente del Centro giovani da due mandati non consecutivi (ovvero nel periodo 2000 – 2010 e poi dal 2020 a oggi), ma anche ex assessore alle politiche giovanili e vicesindaco del Comune di Merano. Uno, insomma, che il centro lo conosce da dentro e da fuori.

 La prima domanda, ovviamente, è relativa alla nascita del nome. «Prima si chiamava Centro giovani Santo Spirito, un nome che non era particolarmente attraente per i ragazzi – ricorda Balzarini -. È nata così l’esigenza di trovare qualcosa di nuovo». Una serie di brainstorming con i giovani, e si è arrivati all’immagine della palla da bowling: “strike”, abbattere i birilli. Un termine che ha però una connotazione quasi negativa, ma che cambia completamente se ci aggiungi “up”: cominciare, attaccare a suonare. «Volevamo un nome che non fosse né italiano né tedesco, ma inclusivo. Allora la presenza di ragazzi con background migratorio era al minimo. Oggi la tendenza si è invertita, quel nome si è rivelato più lungimirante di quanto pensassimo», aggiunge Balzarini.

Insieme al nome arrivano anche i murales, per dare un’identità visiva al centro. E la musica, che non era un punto di partenza, ma una conseguenza naturale.

«Gli operatori erano musicisti, quindi si è partiti dalle competenze di chi lavorava lì. La musica è accogliente, non ha una collocazione etnica o linguistica. Volentieri siamo andati su quel filone».

Corsi, sale prove, attrezzature: attorno alla musica lo Strike Up costruisce buona parte della sua offerta, e poi, nel tempo, cresce anche l’attenzione al sociale.

Balzarini ha guidato lo Strike Up in due fasi molto diverse.

«Nei primi anni Duemila c’era da costruire un’identità, trovare risorse, convincere le persone che valesse la pena. C’era anche più energia, da parte mia».

Poi, ci ritornerà nel 2020, in piena pandemia. «Post Covid, ci siamo presi una pausa e ne abbiamo approfittato per ristrutturare gli spazi, coinvolgendo anche i ragazzi, un po’ a distanza, un po’ in presenza. Il risultato è molto bello».

Ma il cambiamento più profondo non è nelle stanze: «I ragazzi sono cambiati. Il rapporto tra loro, con gli educatori, con il Centro stesso. Nuove sfide, ogni volta».

Qual è il senso di un centro giovani oggi? «Rimanere un punto di riferimento in città. Porte aperte, disponibilità ad accogliere ragazzi in ricerca di un luogo, anche solo per svago. Un posto sicuro, dove i genitori possono sapere che i loro figli stanno bene».

Una definizione che dice molto, in un tempo in cui i dati sul benessere psicosociale dei giovani non sono incoraggianti.

Infine, le feste. L’11 giugno la festa del 40°, il 12-14 giugno la Tagliatella Fest: tre giorni in cui parrocchia di Santo Spirito, Strike Up, gruppo scout Agesci e le varie anime intorno al centro si sono ritrovate nella 17a edizione della festa della tagliatella, dove si è confermato il senso del “fare comunità.

Autore: Marco Valente

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