Mauro Balboni è nato a Bolzano nel 1958 e vive oggi in Svizzera, dopo esperienze di vita e lavoro anche in Austria e in Inghilterra. Laureato in Scienze Agrarie all’Università di Bologna, è stato dirigente internazionale nell’agroindustria, occupandosi di ricerca e sviluppo e di affari governativi. Un percorso che lo ha portato a interrogarsi sul rapporto tra produzione del cibo, ambiente e trasformazione del paesaggio. Dopo Il pianeta mangiato e Il pianeta dei frigoriferi, torna in libreria per Scienza Express con L’orsa che mangiava le ciliegie. La natura ritorna, un libro che sposta lo sguardo: non più soltanto su ciò che l’uomo ha consumato o trasformato, ma su ciò che, in Europa, sta lentamente tornando.
Abbiamo raggiunto Mauro Balboni al telefono mentre si trovava nella sua piccola casa nei boschi del Monte Baldo, sul versante orientale del lago di Garda: un luogo isolato, lontano dai comfort abituali, che restituisce bene il rapporto diretto con la natura al centro del libro.
L’INTERVISTA
Mauro Balboni, dopo due libri dedicati al cibo e al suo impatto sul pianeta, con L’orsa che mangiava le ciliegie cambia prospettiva?
Sì, in un certo senso è un’evoluzione. Nei primi due libri mi sono occupato della parte del mondo che ci siamo letteralmente mangiata, soprattutto per fare spazio a colture e pascoli. Nessun’altra attività umana – né le miniere, né il petrolio, né il nucleare – ha trasformato così profondamente gli ecosistemi terrestri quanto la produzione del cibo. Questa volta sono andato a guardare un’altra metà del mondo: quella che non solo è ancora lì, ma che in Europa, negli ultimi decenni, sta dando segnali di ritorno.
Che cosa rappresenta l’orsa che mangiava le ciliegie?
Il libro è una serie di incontri. Alcuni sono stati fortuiti, altri li ho cercati: sono andato a visitare luoghi e persone che si occupano del ritorno o del ripristino della natura in varie parti d’Europa. Sono storie che spesso non si conoscono. In Italia, dall’ultimo dopoguerra a oggi, la superficie forestale è addirittura raddoppiata. In Europa, negli ultimi cento anni, la foresta è tornata su circa 400 mila chilometri quadrati, una superficie grande più o meno come la Svezia o la Spagna.
E l’orso che ruolo ha?
Il ritorno dell’orso sulle montagne della Provincia autonoma di Trento è stata una delle grandi storie di ripristino ambientale degli ultimi anni. Conosco personalmente alcune delle persone coinvolte in questo progetto, quindi era una vicenda che non poteva mancare. Però non è un libro sugli orsi: c’è un capitolo dedicato a loro, ma il tema più ampio è il ritorno della natura.
L’orsa del titolo è un animale reale?
Sì. Chi ha seguito le cronache forse la ricorderà: era un’orsa identificata con la sigla KJ1, rimossa nel 2024 dopo un incontro violento con un escursionista. Scendeva dalla zona del Brenta verso i monti della Valle dei Laghi e dell’Alto Garda. In primavera era stata filmata mentre portava i suoi cuccioli sugli alberi di ciliegio. Per me è diventata un simbolo potente: racconta insieme la bellezza del ritorno della fauna selvatica e la difficoltà della convivenza con l’uomo.
Lei però la montagna la vive anche in prima persona.
Sì, vivo vari periodi in una casa isolata, in una zona impervia, senza alcuni dei comfort a cui siamo abituati. Nella zona, e perfino molto vicino alla casa, ogni tanto transitano lupi, cinghiali e altri animali. Non è una cosa che vivo con paura, ma con rispetto. La natura non è un parco giochi: è uno spazio vivo, abitato anche da altri esseri viventi.
Ha mai avuto incontri ravvicinati con l’orso?
Sì, in Finlandia l’ho visto da molto vicino. Un essere meraviglioso, che incute rispetto per la forza della natura. Anche in Trentino ho frequentato zone in cui la presenza dell’orso è concreta e ne ho visto le tracce. Ho visto, assieme agli esperti, gli effetti dell’irruzione di un orso “problematico”, M49, in una piccola baita isolata, così come delle sue predazioni. Episodi che fanno impressione, ma che ricordano quanto sia importante entrare in certi ambienti con consapevolezza.
Che cosa significa, concretamente?
Significa prima di tutto non comportarsi come se il bosco fosse vuoto. Quando ero ragazzo, a Bolzano, ero abituato ad andare per funghi nelle primissime ore del mattino, muovendomi in gran silenzio. In un territorio dove vivono grandi carnivori, questo può diventare pericoloso. Se entri senza farti sentire in una zona dove c’è un’orsa con i piccoli, possono nascere situazioni rischiose. Il rispetto della natura passa anche da cose semplici: sapere dove si è, fare attenzione, non sorprendere gli animali.
Il tema, soprattutto in Trentino-Alto Adige, è molto sentito e spesso divisivo.
Proprio per questo è importante raccontarlo in modo più ampio. Quando la natura ritorna, non torna mai in astratto: torna in territori abitati, attraversati, coltivati, frequentati. Questo genera meraviglia, ma anche conflitti. Il punto non è idealizzare la natura, né ignorare i problemi. È capire che il paesaggio europeo sta cambiando e che dobbiamo imparare a leggerlo.
Con L’orsa che mangiava le ciliegie, Balboni costruisce un viaggio attraverso storie di ritorno della natura che raramente trovano spazio nel racconto pubblico. L’orso è una di queste storie, forse la più visibile e discussa dalle nostre parti, ma non l’unica. Il libro allarga lo sguardo ai boschi che ricrescono, agli ambienti che si trasformano, alle persone che osservano o accompagnano questi cambiamenti in diverse parti d’Europa. Ne esce un racconto non ingenuo: la natura che ritorna porta meraviglia, ma anche domande, conflitti e nuove responsabilità.
Autore: Till Antonio Mola
L’autore della foto dell’articolo è Alessandro de Guelmi