Vi siete mai chiesti, passeggiando per una città, chi fossero le persone a cui sono intitolate le strade? E quella scuola lì? E quell’edificio? In alcuni casi si trova un qualche riferimento su cartelli o targhe, ma nella maggior parte dei casi quei nomi sono lasciati a se stessi, come ombre di persone senza tempo che riaffiorano nella memoria condivisa o che affondano nell’oblio della dimenticanza generale.
La toponomastica la si collega spesso, qui da noi, all’italianizzazione o alla questione linguistica, ma il nome effettivo che viene assegnato a un luogo pubblico spesso non fa porre quesiti: è qualcosa che è lì da sempre, o di qualcuno di importante di cui abbiamo una vaga idea grazie ai racconti scolastici o di famiglia. Ma se provassimo a conoscere davvero chi sta dietro a quelle lettere stampate? Ci si potrebbe porre la domanda del perché intitolare a quella persona quel determinato luogo. Lo merita? È giusto? È sbagliato? È ancora un tributo valido per il nostro presente? Sarebbe giusto cambiarlo, oppure no?
Non voglio dare una risposta, ma riflettere su quanto conosciamo i luoghi che ci circondano e quanto, a volte, quei luoghi rappresentino una volontà interpretativa del passato – non (o non del tutto) conosciuto – che non è detto sia ancora rappresentativa dei valori del nostro presente.
Prendo d’esempio la figura di Eusebio Francesco Chini. Missionario vissuto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, ha operato sotto gli Spagnoli nell’allora definita “scoperta” o “conquista” della Mesoamerica, al confine tra l’attuale Messico e l’attuale Arizona. Chini è ricordato come gesuita, missionario, geografo nonché esploratore, cartografo e astronomo della Val di Non. Gli sono state intitolate strade, statue e scuole per la sua opera e in quanto uno dei “padri fondatori dello Stato dell’Arizona” ed evangelizzatore. A Bolzano è presente una scuola in Via Dolomiti, ai Piani a lui intitolata. È interessante tuttavia notare come nella trasmissione di questa figura, che sfugge alla storia e diventa un mito nella nostra memoria, importanti parti della sua vita siano state omesse o trasfigurate.
Chini non fu solo un gesuita ed esploratore, ma faceva parte del sistema colonialista spagnolo all’interno del quale ebbe un ruolo di primo piano nella colonizzazione delle terre e nella conversione e nella guerra alle popolazioni native. Il missionario ebbe un ruolo attivo nell’evangelizzazione della nazione Pima e nella loro militarizzazione contro le nazioni dalla forte cultura militare, raggruppate sotto la denominazione di Apache. Invocò lui stesso la “guerra giusta” (contro le popolazioni che rifiutavano la cristianizzazione e la sottomissione agli spagnoli) e la “guerra preventiva” (non prevista dalle regole della Chiesa e del diritto spagnolo) in funzione deterrente verso le popolazioni indigene che impedivano l’avanzamento delle missioni e della forza militare spagnola.
La figura del missionario benevolo – quella cristallizzata nella memoria collettiva che spesso giustifica l’intitolazione di spazi pubblici – collide con la realtà storica, fatta non solo di esplorazione, ma anche di partecipazione attiva al colonialismo e all’azione militare. Tale scollamento impone una riflessione necessaria: è etico onorare una figura storica basandosi solo su un frammento della sua biografia? E quanto è corretto omettere la complessità di tali azioni, senza consegnare alla comunità gli strumenti necessari per comprendere il valore, o il peso, di una dedica?
Autrice: Anna Michelazzi