Le donne contro la violenza

Attualità | 11/6/2026

Nel 1989 un gruppo di donne decide che non basta indignarsi: bisogna fare. Nasce così l’associazione Donne contro la violenza–Frauen gegen Gewalt, che dal 1993 gestisce il centro antiviolenza di Merano e dal 1997 la Casa delle donne, che accoglie donne che subiscono violenza maschile.

Dunque più di trent’anni di porte aperte, di ascolto, di accompagnamento. Abbiamo incontrato Sigrid Pisanu, operatrice d’accoglienza, per capire cosa succede davvero quando qualcuno bussa alla loro porta, facendo anche il punto su una realtà che richiama tutti all’attenzione.

Nel 2025 avete seguito 239 donne, di cui 19 hanno vissuto nella casa rifugio. Le altre 220 hanno fatto percorsi diversi. Come mai questo dato sorprende ancora molte persone?

Perché c’è un’idea diffusa che noi siamo solo un luogo di emergenza, il posto dove si va quando il pericolo è immediato. Ed è vero, quella possibilità c’è ed è fondamentale. Ma i numeri dicono altro: la maggior parte delle donne che vengono da noi non ha bisogno di un tetto per quella notte. Ha bisogno di essere ascoltata, creduta, orientata. L’ospitalità è uno dei bisogni che le donne possono avere, una delle strade che possono intraprendere. Non l’unica.

E chi sono queste donne?

Sono me. Parto sempre da questo. Poi ci metto la mia professionalità, però veramente le donne che incontriamo siamo noi. Hanno una cultura, magari un lavoro, oppure non hanno potuto studiare, vengono da altri paesi.

Eppure l’immagine della “vittima tipo” resiste.

Sì, e fa danni. Tutti noi abbiamo in testa un’idea di come dovrebbe essere una vittima di violenza. Dimessa, disperata. Ma non è questo che mi fa diventare vittima di violenza. Di base è l’essere donna, che è il primo scalino.

Il giudizio. Torna spesso.

Torna sempre. Le donne fanno fatica a raccontare perché sanno che rischiano di non essere credute, o di essere colpevolizzate. E questo accade anche con chi si aspetterebbe di trovare aiuto: la famiglia, le amicizie, chi sta intorno. Quindi già lì c’è questo ostacolo per cui poi le donne fanno tanta fatica a raccontare.

Ha parlato di violenza “sessualizzata”. Può spiegare cosa intende, per chi non conosce il termine?

Non immaginiamoci solo lo stupro, quell’atto finale che avviene al parco da parte di uno sconosciuto. È molto più radicato, ha radici più profonde, e soprattutto avviene molto spesso da chi conosciamo. Già le ragazze di 13 o 14 anni ce l’hanno chiaro: quando subiscono il catcalling si attiva un timore, una paura, e il pensiero va subito al loro corpo. I ragazzi della stessa età, se sono fuori di sera, hanno paura anche loro, ma è la paura di essere rapinati o picchiati. Non hanno la paura che il loro corpo venga violato.

E che effetti ha tutto questo sulla salute mentale?

Tocca tanti aspetti della vita della donna. La socialità, il benessere fisico. E poi una mancanza di autostima, la fatica di viversi la vita in quel momento, di non credere più di farcela, pensieri autodistruttivi in alcune situazioni. E poi, ancora, è tutto collegato a un malessere fisico che spesso tocca anche parti del corpo: l’intestino, lo stomaco, mal di testa. Non possiamo pensare “hai solo ricevuto un pugno”. Spesso quello è solo un punto di una complessità di agiti violenti.

Cosa offre la Casa delle Donne che altri servizi non possono garantire?

Garantiamo l’anonimato, al centro antiviolenza. E il fatto che noi crediamo sempre. Noi non abbiamo bisogno della prova, non siamo un tribunale. Quando le donne vengono, noi crediamo a quello che ci dicono. E questo fa la differenza.

Ci sono anche dei miti, sulla Casa delle Donne, che vorrebbe sfatare?

Tanti. Che obblighiamo a denunciare: non è così. La denuncia è una parte di quello che una donna può fare, non l’unica. E poi che siamo accessibili solo nel momento dell’emergenza e del pericolo. Invece noi ci occupiamo a 360 gradi di quello che è la violenza sulla donna. In quasi trent’anni di lavoro non c’è limite a ciò che abbiamo visto.

Lavorate anche con le scuole?

Sì, proponiamo e veniamo invitate. Negli anni abbiamo capito che il “chi siamo noi” da solo non basta: bisogna nominare la violenza, parlarne concretamente. Lavoriamo molto sulle relazioni rispettose, sui limiti. Con le ragazze in spazi dedicati, perché uno spazio solo loro permette un’immersione nelle emozioni diversa. Con i ragazzi è sempre una sfida: spesso non si sentono coinvolti, fanno fatica a esprimersi. Cerchiamo da anni uomini che vogliano fare un pezzo di strada con questi giovani, ma non è facile.

Una continuità strutturale manca?

Manca. Dipende molto dalle singole scuole, dai singoli dirigenti. Ci sono istituti molto attenti, come il Gandhi, e altri dove è più difficile. E poi c’è la divisione linguistica, che in Alto Adige non è solo questione di lingua, ma di cultura e di struttura.

Cosa consiglia a chi riconosce una situazione di violenza, su di sé o vicino a sé?

Il primo passo è ascoltare. Non dare ricette, non dire “io me ne sarei andata al primo schiaffo”. Quello è il nostro pensiero: lo teniamo per noi, deglutiamo e ascoltiamo. Ascoltare chi subisce violenza è difficile, può fare rabbia, perché non si vede agire. Ma siamo sicuri che noi, al loro posto, faremmo subito? Se chi agisce violenza è qualcuno che conosco, con cui ho una relazione, con cui ho investito parte della mia vita, con cui ho dei figli?

E se non ce la si fa ad ascoltare da soli?

Bisogna essere onesti. Dire: non ce la faccio, questo per me è troppo, ma so che esiste un luogo. Possiamo andare insieme? Non promettere ciò che non si riesce a mantenere è già un atto di rispetto.

C’è un’ultima cosa che vuole dire a chi legge?

Prendiamo posizione. Se vediamo qualcosa, se un amico dice o fa cose umilianti verso una donna, troviamo un po’ di coraggio civile e diciamo: questa cosa non mi va bene. Non solo sui social, vis-à-vis. Tante persone parlano, ma poi non hanno mai il coraggio di prendere posizione. Questo ancora manca. E poi in conclusione, mi sembra giusto evidenziare e ricordare gli elementi informativi fondamentali del servizio: la Casa delle Donne di Merano si trova in Corso Libertà 184A; il numero telefonico verde, gratuito e attivo 24 ore su 24, è l’800 014 008; ci si può rivolgere di persona, per telefono, o anche per conto di qualcuno che si conosce.

Autore: Marco Valente

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