Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Attualità | 28/5/2026

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro

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