Perché il problema potrebbe essere altrove

Attualità | 19/3/2026

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

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