Luciano Bettoni: dal canestro ai bersagli

Attualità | 8/1/2026

Luciano Bettoni, per tutti semplicemente “Ciano”, è una figura nota nel panorama sportivo bolzanino. Classe 1962, con i suoi due metri d’altezza ha calcato per anni i parquet della pallacanestro locale, arrivando fino alla Serie C con la storica società del Savoia Bolzano. Ma se il basket ha segnato la sua giovinezza e buona parte dell’età adulta, oggi Bettoni ha trovato una nuova passione sportiva, forse meno nota, ma altrettanto affascinante: il tiro con l’arco.

“La mia esperienza cestistica è durata circa dieci anni,” racconta. “Ho giocato fino al 1993, e poi ho smesso del tutto nel ’95. Ma nel 2006 sono tornato in campo, questa volta come allenatore di alcune squadre del basket Piani.”

Una volta chiusa anche questa parentesi, però, la passione per lo sport non si è spenta. Anzi, si è semplicemente trasformata. “Tutto è nato per caso,” spiega. “Passeggiando in via Torino con mia moglie ci siamo imbattuti in una promozione per un corso di tiro con l’arco. Abbiamo deciso di provarlo insieme. Lei ha smesso dopo poco, ma io ci ho preso gusto. E non ho più smesso.”

Chi pensa al tiro con l’arco solo come a uno sport da Olimpiadi, con atleti impassibili e archi supertecnologici, forse non conosce la ricchezza e varietà di questa disciplina. “Quelli olimpici sono archi dotati di mirini e stabilizzatori, pensati per colpire bersagli a 70 metri con grande precisione,” spiega Bettoni. “Poi c’è l’arco compound, anch’esso sofisticato, con carrucole che facilitano la trazione. Ma io uso l’arco ludo, un arco tradizionale, simile al ricurvo olimpico, ma privo di mirini e stabilizzatori. La mira è più istintiva: si punta con la freccia e la precisione si affina soprattutto con l’allenamento.”

Una pratica che ha qualcosa di meditativo, oltre che sportivo. “Colpire ripetutamente il bersaglio richiede concentrazione, pazienza, autocontrollo. Non è semplice, ma proprio questo lo rende affascinante.”

Nel corso dell’intervista si accenna anche agli archi più semplici, simili a quelli utilizzati in epoche remote, come quello di Ötzi. Bettoni spiega che si tratta dei cosiddetti archi istintivi, realizzati interamente in legno e spesso costruiti a mano. “Sono strumenti essenziali, privi di mirini o supporti tecnologici,” sottolinea, “ma proprio per questo richiedono grande abilità e molta pratica.”

Oggi Luciano fa parte dell’associazione sportiva Arcieri Bolzano, che conta una cinquantina di soci attivi. “In provincia di Bolzano sono attive sette società,” precisa. “Oltre a Bolzano, ci sono club a Merano, Bressanone, Vipiteno, Brunico, Caldaro e Laives. La rete c’è, ma i giovani che si avvicinano a questo sport sono ancora pochi.”

Eppure, la dimensione “di nicchia” del tiro con l’arco è anche il suo punto di forza: un’attività che si può praticare all’aperto, in mezzo alla natura, lontani dal rumore e dalla frenesia. “Molti si avvicinano proprio per questo: per cercare qualcosa che unisce il movimento alla calma, la tecnica all’istinto.”

Per chi volesse avvicinarsi al tiro con l’arco a Bolzano, il primo passo è semplice: basta cercare online “Arcieri Bolzano” per accedere al sito ufficiale dell’associazione, dove si trovano tutti i contatti utili per richiedere informazioni e iscriversi a un corso. Non serve conoscere nessuno né avere esperienza: il tiro con l’arco è davvero uno sport aperto a tutte le età, dai bambini ai più anziani. “Seguiamo persone dai nove ai novant’anni,” spiega Bettoni, che insieme ad altri due istruttori accompagna i nuovi arcieri nei primi passi verso il bersaglio.

Un’attività che richiede concentrazione, pazienza e precisione — ma che, come dimostra la storia di Ciano, può trasformarsi in una vera e propria passione. Anche quando si pensa che la propria carriera sportiva sia ormai alle spalle.

Autore: Till Antonio Mola

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