Immaginate una domenica di maggio. Seggi aperti, file ordinate, tessere elettorali in mano. Solo che questa volta, in fila tra chi vota, ci sono anche loro: bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Troppo surreale? Forse. Ma anche una provocazione che ci riguarda da vicino. E’ una domanda che farà sorridere… ma anche riflettere. In un tempo in cui le giovani generazioni hanno un’idea sempre più incerta di futuro, diventa ancora più imprudente escluderle dal dibattito. Dunque: e se dessimo diritto di voto anche ai bambini?
A lanciare l’idea, in modo provocatorio ma serio, è stato il politologo inglese David Runciman. Secondo lui, l’età per votare dovrebbe iniziare a sei anni. Non per fare un reality della democrazia, ma per restituire un minimo di equilibrio generazionale a sistemi politici sempre più governati dagli over 60 (e oltre).
La domanda non è solo teorica. O meglio: non lo è più. In diversi paesi europei l’età del voto è già stata abbassata sotto i 18 anni. In Austria e Malta si vota a 16 anni per tutte le elezioni, in Grecia a 17, e in Germania dal 2024 i 16enni votano anche per il Parlamento Europeo, dopo aver già partecipato in alcuni Länder a livello locale.
E del resto, stiamo parlando di un’enorme fetta della popolazione: quasi un terzo del mondo ha meno di 18 anni. In Italia, i minorenni sono circa il 16% (fonte: Istat).
A dirlo, con più forza ancora, è un report europeo realizzato nel 2024, frutto di un sondaggio e di decine di focus group con oltre 2000 bambini e adolescenti tra i 9 e i 17 anni. Il risultato? La voglia di partecipare c’è.
Sono interessanti le risposte dei bambini alle domande cruciali, in questo contesto. Ovvero: cosa cambieresti nel tuo Comune? E pensi che i bambini dovrebbero votare?
“Mi piacerebbe che le persone andassero meno in macchina – immagina Davide, 10 anni – così ci sarebbe meno inquinamento. Potremmo andare a piedi o con i bus elettrici. E poi secondo me i bambini dovrebbero votare, un po’ come nel 1946 hanno fatto le donne per la prima volta. In un futuro lontano, forse toccherà anche a noi.”
A Mattia, anche lui 10 anni, “piacerebbe che venissero create delle palestre e spazi di gioco accessibili ai bambini con difficoltà motorie”. E sul voto non ha dubbi: “Sì, i bambini dovrebbero avere diritto di votare perché sono cittadini e possono esprimere la loro opinione su alcuni aspetti che li riguardano.”
Leo, 13 anni, voterebbe “per avere meno rifiuti, perché le cose più pulite e meno inquinate sono più belle.” Ma sul voto ai bambini è scettico “non siamo abbastanza informati!”
I minori parlano di disuguaglianze, ambiente, diritti civili. Discutono, si informano, si indignano. Ma spesso non sanno come far sentire la propria voce. E quando la fanno sentire, non sanno se qualcuno li ha ascoltati davvero.
“Ci piacerebbe far parte del presente, non solo del futuro” ha detto una ragazza intervistata nel report. Come darle torto?
Qualcosa, però, si muove anche più vicino a noi. In Alto Adige, tra cui a Merano e nei comuni limitrofi, a maggio torneranno le “elezioni ombra”, per permettere a ragazze e ragazzi tra i 16 e i 17 anni di votare parallelamente alle elezioni vere e proprie. Non un gioco, ma una simulazione civica concreta, con tanto di cabine, schede e urne. Il loro voto non vale legalmente, ma vale simbolicamente.
Si tratta di un passo importante, certo. Ma anche di un compromesso. Perché la partecipazione giovanile, se relegata a momenti “in ombra”, rischia di restare decorativa. E allora torna la domanda: che succederebbe se quella voce diventasse strutturale, continua, visibile?
L’INTERVISTA
Di questa cosa abbiamo pensato di parlarne con Alberto Emiletti, giornalista di Internazionale Kids, mensile che porta l’informazione ai lettori dai 7 ai 14 anni. Chi meglio di lui può raccontarci come vedono il mondo i più piccoli?
Da giornalista che ogni mese racconta il mondo a bambine e bambini, quanto percepisce il loro desiderio di contare, di partecipare davvero alle decisioni che li riguardano, anche quelle politiche?
Dal nostro osservatorio – leggendo le lettere che riceviamo in redazione, incontrando bambine e bambini nelle scuole o durante il Festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia – direi che il desiderio di capire cosa succede nel mondo e di essere ascoltati quando esprimono il loro punto di vista è fortissimo. Ma in fondo è un desiderio che appartiene a tutte le persone, a qualsiasi età. La differenza è che bambine e bambini non possono votare: sanno che le decisioni prese dagli adulti hanno degli effetti diretti sulle loro vite, ma che su queste decisioni loro non hanno voce in capitolo. E sanno anche che chi è eletto non deve rendere conto a loro.
Secondo lei, cosa cambierebbe nel nostro modo di fare informazione, e nella politica stessa, se i bambini avessero diritto di voto? La stampa per ragazzi sarebbe più presa sul serio?
Cambierebbe moltissimo! È un cambiamento facile da capire per qualsiasi adulto, con un esercizio semplicissimo: immaginate di dover raccontare un fatto di attualità a un bambino. Immediatamente si attiva un senso di responsabilità: si scelgono con più cura le parole, si cerca un linguaggio chiaro, si ha l’esigenza di essere davvero sicuri di ciò che si sta dicendo. Magari ci si prende anche il tempo per approfondire, per verificare meglio, per raccontare punti di vista diversi, anche lontani dal proprio. Il risultato? Un racconto più preciso, più comprensibile e più onesto di quello che si farebbe parlando con un adulto. E alla fine quella stessa notizia, raccontata in modo da essere chiara a un bambino, risulta spesso più efficace anche per un adulto. Quindi se i bambini avessero il diritto di voto, a guadagnarci sarebbe non solo l’informazione, ma anche la comunicazione politica. E ne trarremmo beneficio tutti. Sarebbe presa più sul serio anche la stampa per adulti, non solo quella per ragazzi.
OLTRE LA PROVOCAZIONE
Lo abbiamo detto, dire che i bambini dovrebbero votare è una provocazione. Ma a suon di provocazioni, si costruiscono spazi. Spazi dove i bambini non sono solo “il nostro futuro”, ma cittadini del presente. È il messaggio che da anni porta avanti Francesco Tonucci, pedagogista e fondatore del progetto “La città dei bambini”: ascoltarli non è una gentile concessione, ma un investimento collettivo. “Una città a misura di bambino è una città migliore per tutti”, dice. Come dargli torto?
E allora forse non serve davvero abbassare il diritto di voto a 6 anni. Ma alzare il livello della nostra attenzione sì. Creare canali veri, non simbolici, per farli partecipare, cioè farli “sentire parte”. Dare loro le parole, i contesti, gli strumenti.
Perché se è vero che i bambini “non sono pronti”, possiamo sempre chiederci: ma noi adulti, quando lo siamo stati davvero?
Autore: Marco Valente