Matteo Remotti Marnini, 25 anni, è un giovane talento del para hockey. Cresciuto a Cornaiano, frazione di Appiano, e ora residente a Bolzano, ha iniziato a giocare a para hockey all’età di 13 anni. Da 4 anni lavora alla Biblioteca Civica di Bolzano, dove unisce la sua carriera culturale con la passione per lo sport. Il ghiaccio è il suo ambiente naturale, un posto dove si sente libero e realizzato. Oggi andremo a conoscere meglio la sua passione su ghiaccio.
Ciao Matteo, quando ti sei avvicinato al para hockey?
Nel 2012, a soli 13 anni, ho visto le Paralimpiadi e ho capito che quel mondo sarebbe stato il mio. È stato un colpo di fulmine, e ho deciso di unirmi a una squadra giovanile che mi ha dato la possibilità di vivere una nuova esperienza, di mettermi in gioco in uno sport che non conoscevo ma che subito mi ha conquistato.
Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo sport?
Mi ha spinto in particolare Christoph Depaoli, un compagno di squadra che aveva la mia stessa patologia, la spina bifida. Con lui ho capito che il para hockey non è solo un’attività fisica, ma un’opportunità per far parte di una comunità che condivide sfide e passioni. Inoltre, la fondazione della squadra giovanile da parte di Werner Winkler e Rupert Kanestrin ha creato un ambiente perfetto per entrare in questo sport.
Qual è il significato dello sport nella tua vita?
Lo sport è sempre stato un pilastro della mia vita. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato a praticarlo, e grazie a questo ho imparato a non arrendermi, a superare i limiti. Mi ha permesso di mantenere una buona forma fisica, essenziale per gestire la mia condizione, e di affrontare le difficoltà con una mentalità positiva. Lo sport mi ha anche dato la possibilità di crescere come persona, di incontrare amici e di vivere esperienze che mi hanno arricchito.
Cosa ti piace di più di questo sport?
Il para hockey è uno sport di squadra, dove il legame tra compagni è molto forte. Mi piace il fatto che non si tratti solo di un gioco, ma di un’esperienza di vita. Abbiamo la possibilità di confrontarci con atleti di tutto il mondo, conoscere persone con disabilità diverse e imparare tanto da ognuno. Ogni partita è un’opportunità di crescita, non solo sportiva, ma anche personale.
Cosa diresti a chi vuole provare il para hockey, visto che non è molto diffuso in Italia?
In Italia il para hockey è ancora una disciplina di nicchia, praticata principalmente al nord, ma il movimento sta crescendo. A chi vuole provarlo, dico che è uno sport che richiede impegno e sacrificio, ma che dà tantissime soddisfazioni. È una disciplina che ti insegna a non mollare mai e ti aiuta a sviluppare una mentalità positiva. Inoltre, fa parte di una comunità che sa davvero cosa significa lottare per raggiungere i propri obiettivi.
Quali differenze ci sono tra il para hockey e l’hockey tradizionale?
La principale differenza è che nel para hockey si gioca seduti su uno slittino, con due stecche, una per spingersi e una per colpire il puck. Anche la durata della partita è più breve: 15 minuti per periodo invece dei 20 dell’hockey tradizionale. Nonostante le differenze, il gioco rimane simile, con una grande intensità e un contatto fisico che rende ogni partita emozionante.
Hai partecipato a competizioni internazionali con la maglia azzurra. Come ti senti pensando alle Paralimpiadi 2026 in Italia?
Indossare la maglia della nazionale è sempre un onore. Ma sapere che nel 2026 le Paralimpiadi saranno in Italia dà una motivazione in più. La possibilità di competere davanti al pubblico di casa è un sogno che ogni atleta spera di vivere. Per me, rappresentare l’Italia alle Paralimpiadi di Milano-Cortina sarebbe la realizzazione di un obiettivo che ho da sempre.
Hai altri hobby oltre allo sport?
Oltre ad essere un tifoso dell’Inter, mi piace andare al cinema, fare passeggiate in montagna e viaggiare. D’estate adoro visitare posti al mare, soprattutto con amici e famiglia. Ma la cosa che mi piace di più è stare con le persone che amo, godermi il tempo insieme e fare nuove esperienze.
Autore: Niccolò Dametto