Oltre quarant’anni dentro la macchina del soccorso, ovvero l’ambulanza, sono tanti. Sono decenni che significano responsabilità, soddisfazioni, amicizie, immagini e momenti difficili da dimenticare. Lo sa bene Alessandro Scremin, vero e proprio simbolo della “Bianca” in Bassa Atesina.
Tutti questi decenni, da quando non era ancora maggiorenne, li ha passati nella Croce Bianca dell’area della Bassa Atesina. Quella che sembrava una scelta dettata dalla curiosità di un giovanissimo, con il tempo è diventata una scelta di vita. Prima volontario e poi dipendente, Scremin ha attraversato quattro decenni di soccorso, assistendo a una trasformazione profonda del settore.
È chiaro però che, se mezzi, attrezzature e procedure di soccorso sono cambiati, una cosa è rimasta inalterata nel tempo: lo spirito di squadra e quella disponibilità verso gli altri che, allora come oggi, sono il cuore vivo e pulsante del volontariato, nel bene e nel male. Tutto per raccontare che dedicare una parte del proprio tempo agli altri, un giorno, può anche significare poter contare su qualcuno disponibile a tendere la propria mano nel momento del bisogno.
Signor Scremin, in gioventù cosa l’ha spinta a entrare come volontario nella Croce Bianca?
Sono entrato nel 1980 un po’ per caso. Avevo un cugino di un anno più grande che faceva il volontario e, a quell’età, è più facile lasciarsi convincere. A Egna, poi, non c’erano molte altre attività per i giovani: c’erano i pompieri, la Croce Bianca o altre associazioni.
Poi è diventato permanente: come e cosa l’ha convinta?
Da quando ho iniziato e fino al 2000 sono stato volontario nella sezione di Egna, sotto la guida di Guido Furlan, il primo capo sezione. Era una persona che aveva dato tutto alla Croce Bianca. All’epoca avrà avuto una cinquantina d’anni, ma guardava sempre avanti. Poi ho avuto la possibilità di diventare dipendente. È stata una scelta di vita. L’esperienza come volontario nella sezione di Egna cresceva sempre di più e, ancora una volta, è stato mio cugino a trascinarmi in questa scelta di cui ne sono fiero.
Quarant’anni sono un periodo lunghissimo. Per ciò che ha visto e vissuto, com’è cambiata la Croce Bianca in tutto questo tempo?
Tantissimo, soprattutto dal punto di vista tecnico, delle attrezzature sanitarie e della professionalità. La tecnologia ha dato un supporto importantissimo, con l’evoluzione delle attrezzature medicali e non solo. Quando sono entrato io, assistevamo i pazienti con mezzi molto più semplici, quasi rudimentali. La tecnologia ha fatto passi da gigante e le attrezzature che abbiamo oggi, trentacinque anni fa erano quasi inimmaginabili. Consideri che avevamo una cassetta di pronto soccorso con l’essenziale, più o meno come quella che oggi si può avere anche in macchina. In ambulanza, nei primi interventi sugli incidenti, avevamo magari un piede di porco per cercare di aprire le portiere. Era praticamente l’unico attrezzo che avevamo.
Cosa non è cambiato?
Lo spirito di corpo, proprio come nei pompieri. Le amicizie che ho avuto all’interno sono ancora presenti. Se non c’è spirito di squadra, non esiste nemmeno il volontariato e non esiste l’aiuto agli altri. Quando fai parte di una squadra devi conoscere il tuo compagno e sapere fino a che punto potete arrivare insieme.
Quando arriva una chiamata d’emergenza, ci sono emozioni che si imparano a gestire con l’esperienza, oppure ogni intervento lascia qualcosa?
Con l’esperienza, purtroppo, ci si abitua anche ai fatti tragici. Non ci sono scuole che possano insegnarti veramente come affrontare certe situazioni. Lo si impara sul campo, con gli anni che passano e anche grazie all’aiuto di un compagno più esperto. Adesso, da diversi anni, esiste anche un settore dedicato all’assistenza spirituale e psicologica e questo fa capire il coinvolgimento che comporta questa attività.
A proposito d’esperienze, ce n’è qualcuna che ricorda particolarmente?
Purtroppo sì. Quando avevo 17 anni ho partecipato ai primi interventi a Stava. È stata un’esperienza traumatica, come credo sia logico immaginare, vista l’enormità di quella tragedia che ha sconvolto la nostra regione. Ricordo ancora oggi il trasporto delle salme da una palestra, dove venivano portate per il riconoscimento… Noi, intanto, ci occupavamo dell’assistenza ai familiari. Comunque, se ci penso, devo ricordare che negli anni Ottanta praticamente ogni fine settimana capitavano incidenti davvero devastanti.
Come ha appena raccontato, chi fa soccorso si trova spesso davanti a situazioni anche molto difficili dal punto di vista umano. Però come si impara a mantenere la lucidità e al tempo stesso a non perdere l’empatia?
In quei momenti non hai tempo di pensare a quello che succederà dopo. Devi dare il massimo, fare il tuo lavoro e mettere a disposizione tutta la tua esperienza, reagendo in base alla situazione in cui ti trovi.
Se dovesse scegliere una parola per raccontare quarant’anni nella Croce Bianca, quale sarebbe e perché?
Guardi, le rispondo con una riflessione molto personale: quando arriverà la mia ora, spero sempre di poter trovare una persona come me, che sia pronta ad aiutarmi.
Ai giovani cosa vuole dire?
Cercate di offrire una parte del vostro tempo libero anche agli altri, perché c’è chi ne ha davvero bisogno. In questi anni noto che si fa sempre più fatica. Fra tutti gli impegni e le tante cose legate alla tecnologia, è diventato difficile trovare quel tempo da dedicare a chi può averne davvero bisogno.
Autore: Daniele Bebber