Si chiama Officina del tempo e in sostanza è uno spazio, allestito come passione personale da Roberto Giacomelli, ma che a cadenza fissa, o su richiesta, apre il suo scrigno, nascosto dietro un portone, anche lui con i segni del tempo, in via Garibaldi, nella Residenza De Campi, a Salorno.
Quando si guarda oltre quel portone in legno, passando lungo la strada, la prima cosa che salta all’occhio è solamente un piccolo laboratorio per la riparazione di biciclette. Al banco da lavoro, un uomo con gli attrezzi del mestiere fra le mani. Ma il vero tesoro si trova più in là della soglia dello sguardo, oltre un altro portoncino in legno. È li che Roberto Giacomelli accoglie i visitatori per mostrare l’Officina del tempo di Salorno. Uno spazio in via Garibaldi, ricavato al piano terra e nei sotterranei della storica residenza della famiglia De Campi, dove sono custoditi diversi secoli di storia del territorio in un numero indefinito di manufatti, recuperati, restaurati ed esposti con cura, dedizione e passione.
Giacomelli, da dove nasce l’idea dell’Officina del Tempo?
La passione per la storia e per le cose vecchie ce l’ho da quando avevo 14 anni. Poi, ai tempi di mio papà, che faceva ceste, in casa c’erano già tanti attrezzi e oggetti legati al lavoro di una volta. Pian piano ho iniziato a recuperare gli spazi, togliendo l’attrezzatura agricola e sistemando i locali. Durante il brutto periodo del Covid ho pulito i travi, aperto una porta e collegato due ambienti. Da lì ho iniziato a organizzare tutto quello che avevo raccolto.
Come ha raccolto tutti questi oggetti così ben conservati e in esposizione?
Molti arrivano da persone che svuotavano case o vecchi magazzini: mi chiamavano perché sapevano della mia passione. Altri li ho cercati nei mercatini, soprattutto quando mi serviva qualcosa di particolare. Oggi capita persino che qualcuno mi lasci gli oggetti davanti alla porta o mi chiami per dirmi che ha trovato qualcosa.
Quali sono i pezzi più pregiati?
È molto soggettivo. Qui ci sono oggetti antichissimi, come una serratura e un’incudine del Quattrocento. Ma per me anche un piccolo attrezzo di sessant’anni fa può avere lo stesso valore. Se l’ho recuperato, pulito, sistemato e messo in esposizione, diventa importante. Dietro ogni pezzo c’è un lavoro e una storia.
Quali sono invece le principali sezioni? Le tematiche variano dal settore della calzoleria alla scuola, dalla campagna agli attrezzi utilizzati per i trattamenti agricoli di una volta… E poi il cinema, le biciclette, una piccola officina meccanica. Otto metri sotto la strada c’è anche la parte dedicata al vino. Ci sono poi oggetti rari, come una macchina a spalla in legno utilizzata per il verderame.
Anche l’edificio che ospita sembra raccontare una storia importante...
Gli scantinati sono del Quattrocento, la parte alta d’un secolo dopo. Questo rende ancora più particolare l’esperienza, perché gli oggetti sono inseriti in un ambiente che, a sua volta, racconta secoli di storia.
Parlando di biciclette da corsa, quante sono?
Circa quaranta. Alcune le usiamo, altre preferisco conservarle perché hanno un valore particolare e non vorrei rovinarle.
La reazione dei visitatori all’ingresso?
È forse la soddisfazione più grande. All’inizio entrano curiosi e magari pensano di trovarsi semplicemente davanti a una raccolta di oggetti vecchi. Poi iniziano a guardarsi intorno e il percorso li porta da una stanza all’altra. Quando pensano che sia finita, trovano le scale che scendono ai locali sottostanti. Alla fine si sorprendono di quante cose abbiano visto. Vederli uscire soddisfatti è la ricompensa più grande.
Da quanto esiste l’Officina del tempo?
Come nome circa da un paio d’anni solamente. Prima era uno spazio più piccolo e chiuso. L’idea era pure creare qualcosa che potesse avere un valore didattico, per raccontare ai più giovani la scuola, i mestieri e la vita quotidiana di una volta. Ora arrivano visitatori anche da lontano. Qualcuno torna anche per rivederla.
Chi si è occupato dei lavori di adattamento e di allestimento?
La gran parte li ho fatti personalmente, dalla sistemazione degli ambienti al recupero degli oggetti, però anche mia moglie ha fatto una grande parte del lavoro, mi ha aiutato tantissimo. Il lavoro, comunque, non finisce mai. Ogni pezzo che arriva dev’essere pulito, trattato, sistemato e per collocarlo e valorizzarlo bisogna trovare il posto giusto.
Pensa che questa realtà possa essere valorizzata di più dal territorio?
Credo che ci sia ancora poca attenzione, in un piccolo paese che può avere molto da offrire. Ci sono il castello, la cascata, il centro storico, le cantine e realtà come l’Officina del tempo. Sarebbe bello creare un percorso che permetta ai visitatori di conoscere tutto questo. Però, più che con gruppi numerosi sarebbe meglio lavorare con piccoli numeri, otto o dieci persone alla volta, per poter raccontare davvero gli oggetti e la storia del luogo.
Qual è stato l’intervento più impegnativo, per riportare qualcosa del passato a un livello nuovamente “presentabile” senza fargli perdere il fascino che regala la patina del tempo?
Probabilmente il recupero della vecchia stalla. Ho dovuto ripulire tutto e togliere una porta molto pesante, sotto la quale sono emersi alcuni grossi blocchi e un elemento che ha fatto ipotizzare potesse appartenere all’antica statua del Nettuno, sopra la fontana davanti al Municipio, ma non ci sono certezze.
In definitiva, cos’è per lei l’Officina del tempo?
È un modo per conservare la memoria. Ogni oggetto racconta qualcosa: un mestiere, una famiglia, un’abitudine, un pezzo di vita. Se oggetti così vengono buttati, il rischio è perdere anche la storia delle persone che li hanno utilizzati. L’Officina serve proprio a fermare il tempo per un momento e permettere a chi entra di fare un viaggio fra altre epoche.
Autore: Daniele Bebber