Lunedì 10 agosto l’intera comunità di San Giacomo si è stretta per l’ultimo saluto allo storico parroco del paese, don Giuseppe Quinz, scomparso pochi giorni prima.
Se n’è andato senza fare rumore in una notte di questa torrida estate nella sua terra natale, il Friuli. Si può parlare di lui in modo formale: nato a Sappada nel 1929, era stato ordinato sacerdote a Trento nel 1955, dove si era trasferito con la famiglia da giovane. Si potrebbe fare l’elenco formale delle tante attività che ha svolto nella sua vita pastorale, prima e dopo gli oltre trent’anni passati a San Giacomo dal 1965. E lunedì 10 agosto 2026 tutto il paese si è stretto intorno a lui nella “sua” parrocchia, ascoltando le parole del vescovo Ivo Muser, che insieme a don Walter Visintainer, oggi alla guida del decanato di Laives, e numerosi membri della comunità pastorale, ha reso omaggio a don Giuseppe Quinz.
Tra quelle tante persone di ogni età – anche molto più giovani di me – c’ero anch’io e qui don Giuseppe voglio ricordarlo non tanto come autrice di un articolo ma come una dei suoi bambini. Perchè per la mia generazione, quelli che sono stati bambini negli anni 80, don Giuseppe era “il Don”, con lo sguardo e il sorriso dolci, che veniva durante le ore del catechismo a raccontarci di Gesù. Con don Giuseppe potevi sempre parlare, come ha ricordato don Walter nell’omelia lui c’era per tutti. La sua missione pastorale andava da noi bambini agli anziani del paese, in quegli anni in cui San Giacomo era una piccola frazione in mezzo alle campagne e la chiesa era un po’ il centro di tutto quel piccolo mondo, dove il supermercato era solo un piccolo negozio di alimentari di paese e c’era quasi più verde che case.
Io don Giuseppe me lo ricorderò sempre insieme alla sua perpetua, la cara signora Lina, due figure così familiari che incontravamo nei corridoi del vecchio oratorio quando si faceva il catechismo.
E soprattutto me lo ricordo il giorno della mia comunione, quando la si poteva fare ancora la sera del Giovedì Santo. Quando a Pasqua faceva ancora freddo e perciò sotto la tunica della comunione la mamma mi aveva messo dei bei mutandoni di lana perchè non mi ammalassi. E don Giuseppe ci fece la lavanda dei piedi, in quella replica del gesto di Gesù che per dei bambini di 8 anni era difficile da capire nella sua essenza, ma che mi è rimasto impresso da allora. Forse perchè don Giuseppe era davvero il nostro pastore.
Per questo la cosa che ancora mi colpisce delle vecchie fotografie di quel giorno non siamo tanto io e i miei amici di scuola con quelle facce un po’ tirate da “non so esattamente perchè mi trovo qui”, ma è il sorriso di benevolenza sincera di don Giuseppe in mezzo a noi.
Quando don Walter ha ricordato quanto don Giuseppe fosse vicino agli ammalati, non ha detto parole di circostanza perchè io ricordo quante volte è andato a trovare a casa e all’ospedale mio nonno durante la sua lunga malattia, così come – ormai in pensione ma sempre attivo per la comunità – lo incontravo per le strade di San Giacomo e, nonostante il passo stanco dell’età, non mancava mai di fermarsi a chiedermi notizie della nonna rimasta sola.
Ecco, io credo che siano ricordi personali come questi che ho buttato giù in poche righe, a dire chi fosse don Giuseppe. A dire che, anche se aveva 97 anni e si era ormai ritirato da tempo da quella comunità a cui tanto ha dato, ne sentiremo profondamente la mancanza. Forse è la nostalgia degli anni passati, dell’infanzia trascorsa da un pezzo, di un paese che ha cambiato faccia anche se grazie all’impegno di tanti sta cercando di scoprirsi e riscoprirsi comunità, ma mi piacerebbe ancora cammiare per le strade del paese e incontrare don Giuseppe per scambiare con lui qualche parola. Lui che nel cambio delle generazioni rimaneva saldo lì e c’era anche più di vent’anni dopo per il battesimo di mia figlia.
Come me, penso che tutti i presenti al suo ultimo saluto avranno tanti bei racconti su di lui e il suo servizio alla nostra comunità.
Grazie don Giuseppe, di tutto.
Autrice: Raffaella Trimarchi