A settembre sarà fra i banchi della terza superiore. Però quando è in sella alla moto da trial la 16enne, dietro un sorriso timido ma solare, sa qual è il proprio posto nel domani. Questi i tratti, sportivi e nella vita, di Laia Pichler. Mentre il fratello Nathan, a 13 anni, la segue, ma in bici.
Di Aldino, la passione ereditata da papà Richard, Laia si è arrampicata prestissimo sui percorsi del trial. E pochi giorni fa, di ritorno dalla tappa spagnola del Campionato europeo, guarda già avanti senza nascondere ambizioni, affiancate a risultati importanti testimoniati dai trofei già in bacheca, come il titolo di campionessa italiana nella categoria Femminile B. Tutto in un percorso di crescita che ha anticipato presentandosi al meglio, una volta entrata nella bottega delle due ruote a motore, di papà Richard. «Avevo già partecipato a una gara europea l’anno scorso e finora la stagione è andata molto bene – confida parlando del campionato continentale -. Sono sempre stata costante e qualche volta sono salita anche sul podio. Però, in Spagna il secondo giorno è andata meno bene. Fa parte dello sport, può succedere. Io parto sempre con l’obiettivo di salire sul podio e, naturalmente, di provare a vincere».
Era la prima volta su quel percorso?
Sì! In Spagna sono stata solo una volta a vedere mio fratello Nathan per una gara mondiale di bici trial. Però è stata una bellissima esperienza, come sempre. Ho imparato cose nuove e vissuto situazioni diverse. Ogni gara insegna qualcosa.
Da dove nasce la passione per il trial? Da mio papà. Lui è sempre andato in moto. Un giorno mi ha chiesto se volevo provare e da quel momento non ho più smesso. La passione c’è sempre stata, ma da circa due anni ho iniziato ad allenarmi con l’idea di migliorare davvero e di diventare competitiva.
Cosa ti piace di più di questo sport? Andare in moto, mi fa stare bene e mi permette di scaricare tensioni ed emozioni. Quando sono sulla moto mi sento viva.
Quale è di solito la reazione dei coetanei quando scoprono che pratichi trial?
Molti non lo conoscono nemmeno. All’inizio spesso non ci credono, soprattutto perché sono una ragazza… Qualcuno si sorprende quando racconto che guido una 250. Mi chiedono come sia possibile. Adesso che vado alle superiori però è un po’ diverso.
Un consiglio alle ragazze che vorrebbero avvicinarsi alle moto?
Provare. Ci sono sempre più ragazze che praticano questo sport ed è molto bello. Quando ho iniziato spesso ero sola nelle gare.
Se aumentiamo, diventa ancora più bello perché si crea un gruppo e ci si conosce meglio.
Guardando al futuro?
Può sembrare scontato, ma voglio diventare la migliore. Farò tutto il possibile per riuscirci.
Il mio sogno è diventare la numero uno.
Una tua giornata d’allenamento?
In questo periodo mi alzo presto e alterno bici, corsa, camminate.
Poi ci sono due o tre ore di allenamento in moto ogni giorno. Sto cercando di rendere il lavoro sempre più professionale.
Ci sono momenti difficili?
Ci sono allenamenti che vanno male e nei quali ti viene voglia di mollare tutto. Però bisogna imparare a combattere e andare avanti. È così che si cresce.
Il ricordo più bello delle prime gare?
La prima gara importante è stata una prova del Campionato italiano. Tutti mi dicevano di stare tranquilla e non pensare subito a vincere. Ho fatto la mia gara cercando di dare il massimo. Quando sono tornata al paddock non sapevo nemmeno come fosse andata. Poi mi hanno detto che avevo vinto. Non riuscivo a crederci: è stata un’emozione incredibile.
Nel trial conta più la tecnica o il coraggio?
La tecnica è fondamentale. Oggi ci sono tanti piloti che fanno grandi salti e movimenti spettacolari, ma la base rimane sempre la capacità di guidare bene la moto. È quello che alla fine ti porta più lontano.
Il papà fa da maestro, da allenatore? Con il mio papà ho un rapporto bellissimo. Molti pensano che allenarsi insieme possa creare tensioni o discussioni, ma non è così. Andiamo molto d’accordo, mi fido di lui e ascolto sempre i suoi consigli. Per me è un punto di riferimento fondamentale. Mi piace tantissimo vederlo correre e, se qualcuno mi chiedesse chi è il migliore al mondo, risponderei “mio papà”. Magari non è la verità, ma per me sì! Non vorrei nessun altro al suo posto: è il mio allenatore, il mio sostenitore, la persona con cui condivido questa grande passione.
DALLA MOTO ALLA BICICLETTA
Ma nella famiglia Pichler la passione per il trial sembra davvero essere genetica. Se la giovane Laia sta facendo strada nel panorama del trial motociclistico, il fratello Nathan (13 anni) ha scelto invece la via del trial bike, insomma il trial in bicicletta, disciplina tanto spettacolare quanto tecnica, d’equilibrio e soprattutto di grande concentrazione. Stando alla sua descrizione, si parla infatti di una bici senza sella e simile ad una BMX ma molto più leggera.
«L’obiettivo – spiega Nathan – è superare una serie di ostacoli senza mettere i piedi a terra. A differenza del trial in moto, però, non si possono appoggiare né i pedali né altre parti della bici: sugli ostacoli possono toccare solo le ruote».
Nathan racconta quindi d’aver iniziato a praticare questo sport circa sette anni fa, muovendo i primi passi con semplici esercizi d’equilibrio a casa. La svolta è arrivata con la costruzione del parco, dedicato anche a questa disciplina, realizzato praticamente sotto casa, ad Aldino, al quale fanno riferimento molti appassionati di Egna e in generale della Bassa Atesina, e poi con la nascita di un gruppo di allenamento.
«Abbiamo iniziato ad allenarci insieme. Da lì sono migliorato sempre più».
Tra i ricordi più vivi, c’è la prima gara sociale a Pozza di Fassa. «Ero agitatissimo», ammette. E a soli nove anni è arrivato l’esordio nel Campionato italiano. «Vedere per la prima volta atleti di altissimo livello mi aveva impressionato. Sono arrivato penultimo, però è stata una grande esperienza».
Gli anni successivi hanno portato i titoli di vicecampione e poi di campione italiano, oltre a varie gare, ad aver vinto la Coppa Italia e partecipato ai Mondiali giovanili. «In una delle edizioni sono riuscito a qualificarmi per la finale chiudendo undicesimo, nonostante non stessi bene. Quest’anno gareggio nella categoria più alta, molto competitiva, ma sono già riuscito a conquistare alcuni podi, compreso un secondo posto nelle ultime settimane».
Nonostante molti considerino il trial bike un trampolino verso il trial motociclistico, Nathan ha le idee chiare. «La mia passione resta la bici e non ho intenzione di passare alle moto».
Parlando d’emozioni, il giovane atleta non nasconde la propria sensibilità. «Quando una gara va male mi viene da piangere. Quando invece faccio bene sono contentissimo. Sono emozioni davvero grandissime».
E papà? «Quando gareggia lui, con la moto, credo di essere agitato quasi più di lui. Quando ottiene un buon risultato è come se avessi vinto anch’io e la sua felicità diventa la mia. Quando invece è lui a seguirmi nelle competizioni, anche se pratica una disciplina diversa dalla mia, riesce sempre a darmi consigli preziosi. Ma la cosa più importante è la sua presenza. È una delle persone più importanti al mondo, una di quelle a cui voglio più bene».
Autore: Daniele Bebber