Il Venezuela dovrebbe insegnarci a essere più umani

Attualità | 9/7/2026

Mariham Aveledo è nata a Maracay, in Venezuela e vive in Italia da quando aveva 18 anni. Dieci anni fa, a causa del peggioramento della situazione venezuelana, è arrivata in Italia in cerca di un futuro migliore. Ha dovuto ricostruire la sua vita da zero lontana dai suoi cari, senza però  smettere mai di sentirsi profondamente legata al suo Paese.

Cosa significa essere venezuelana all’estero?

Da una parte c’è la quotidianità. Dall’altra c’è il Venezuela. Ogni giorno succede qualcosa che mi preoccupa, c’è un ricordo, una notizia o una nostalgia che porto dentro senza parlarne troppo, perché è difficile far capire cosa significa. Mi manca condividere i momenti con le persone che amo. Ho perso matrimoni, compleanni, nascite, addii. Ho visto i miei amici sposarsi e diventare genitori attraverso uno schermo. La mia famiglia oggi è divisa in diversi Paesi. La persona che è stata il mio punto di riferimento qui in Italia è una delle mie sorelle. I miei nonni sono morti senza che potessi salutarli. Questo è uno dei dolori più grandi per ogni emigrato: sapere che il tempo passa anche per i tuoi cari e non poter esserci quando hanno più bisogno di te.

Come descriveresti la situazione attuale del tuo paese?

Molti conoscono il Venezuela per il petrolio o per la crisi economica, ma oggi si tratta soprattutto di una crisi umanitaria. Da oltre 20 anni milioni di persone convivono con difficoltà enormi. Non si tratta più di una questione politica: quando un popolo soffre da così tanto tempo, non esistono più destra o sinistra, esistono persone. Si racconta poco il costo umano. Mia nonna è morta in ospedale dove i medici hanno dovuto scegliere a chi dare la priorità, hanno fatto quello che potevano: il problema è un sistema che costringe a gerarchizzare i pazienti. Questa è la parte della crisi che raramente arriva fino a qui. Oggi si parla del terremoto che è un evento naturale inevitabile, ma le conseguenze dipendono anche dalla capacità di un Paese di proteggere i propri cittadini. Noi venezuelani all’estero stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto: ci aiutiamo. Stiamo organizzando raccolte fondi e beni di prima necessità senza la sicurezza di riuscire a raggiungere chi ne ha bisogno, ma continuiamo a provarci.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai lettori?

Vorrei chiedere una cosa molto semplice: informatevi. Spesso scegliamo da che parte stare invece di scegliere le persone. Quando degli esseri umani vengono privati della loro dignità, della libertà o della possibilità di ricevere cure mediche, non dovrebbe più esistere una parte politica da difendere, dovrebbe esistere soltanto l’umanità. Come emigrata convivo ogni giorno con un senso di colpa difficile da spiegare. Mi chiedo se partire sia stato davvero l’unico modo per sopravvivere. Razionalmente so che è così, ma il cuore continua a sentirsi in debito con la terra in cui è nato. Per questo il mio appello è: non dimenticate il Venezuela. Non dimenticate nessun popolo che sta soffrendo. L’indifferenza è la peggior cosa. Anche solo informandoci abbiamo già iniziato a fare la differenza. Prima di qualsiasi confine, bandiera o idea politica, siamo tutti esseri umani. Spesso ci sentiamo impotenti, ma la solidarietà non ha un’unica forma. Si può donare del denaro, ma anche medicinali, vestiti, alimenti, coperte, tempo, competenze o dare visibilità a ciò che sta accadendo. Dietro ogni azione c’è una famiglia che può mangiare, un bambino che può ricevere cure, una persona che può sentirsi meno sola. Non serve essere ricchi per aiutare qualcuno: serve decidere di non voltarsi dall’altra parte. Il Venezuela oggi ha bisogno del mondo. Non aspettiamo che una tragedia diventi una notizia per interessarcene.

Autrice: Anna Michelazzi

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