C’è un cinema che non chiede permesso. Un cinema che trae la propria origine ai margini delle grandi produzioni. Un cinema che senza scorciatoie sa farsi notare conquistando pubblico e critica con la forza delle immagini e la coerenza del proprio sguardo. Massimo Nardin lo racconta con molta chiarezza ed altrettanta trasparenza nel film “La bambina di Chernobyl”, la sua opera prima.
Un’opera prima per il regista e docente universitario a Roma, ma oriundo di Salorno, in cui è molto chiaro il ritratto di un autore in grado di concepire il cinema come spazio di ricerca e di resistenza, dove l’esperienza individuale si converte entro l’immensità di un racconto universale. Si parla dunque di una nuova, e si spera prolifica, voce nel panorama del cinema d’autore.
Nardin: se l’aspettava o ci contava in questo marcato interesse da parte della critica?
Ci contavo, ma non me lo aspettavo. Il film ha avuto un percorso complesso, con diverse limitazioni sia nella preparazione sia nella promozione. Ho cercato di compensarle lavorando intensamente su ogni fase: scrittura, riprese, montaggio e produzione. Anche la distribuzione ha contato su tempi molto stretti tra la fine del film e l’uscita in sala. Non abbiamo avuto il supporto delle grandi reti promozionali, ma sono arrivati comunque riscontri importanti, soprattutto dal pubblico più appassionato. In alcune realtà, come Trento, le reazioni sono state profonde e molto significative. Vedere la sala due del cinema Modena piena – anche di ex compagni e insegnanti del liceo, amici e parenti – è stato davvero emozionante.
E della presenza di così tanti suoi concittadini?
Mi ha riempito il cuore. Anche nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi e riflessioni. Alcuni spettatori hanno colto aspetti profondi del film e questo mi ha colpito molto. È stata una risposta sincera e spontanea, che ho preferito non enfatizzare troppo, ma che porto con me.
Da dove è arriva la sua ispirazione?
Soggetto e sceneggiatura li ho scritti con Luca Caprara. Volevamo raccontare una storia essenziale, ambientata in un unico spazio, dove solitudini diverse si incontrano. Mia l’idea di costruire personaggi agli antipodi, quasi estremizzati. L’idea della protagonista è legata anche a esperienze personali, quando negli anni ’90 ho conosciuto alcuni bambini di Chernobyl ospitati da famiglie di Salorno. Mi avevano colpito per la determinazione e lo sguardo pieno di vita. Da lì è nata una riflessione più ampia, anche simbolica: le radiazioni come elemento invisibile che, anche in senso metaforico, segna e condiziona le vite dei due protagonisti.
Quanto ci è voluto per scrivere e dirigere questo film?
Il processo è stato lungo e non lineare. La scrittura è nata a fasi alterne, poi il sostegno del Ministero ha aiutato a realizzare la sceneggiatura. Dal 2020 alla realizzazione sono passati diversi anni. Le riprese, inizialmente previste per l’autunno 2024, sono iniziate nel maggio 2025. La produzione ha coinvolto per la gran parte una troupe marchigiana. Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai sono gli attori protagonisti.
Quali sono state le difficoltà incontrate in corso d’opera?
Sono state soprattutto legate alle risorse limitate e alla necessità di portare avanti il progetto con continuità. Ogni fase ha richiesto adattamento e determinazione.
Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua professione?
Già nei primi anni del liceo, quando spendevo i fine settimana a guardare molti film su videocassette con grande interesse. Dopo il diploma ho studiato la fotografia in ogni suo aspetto e ho iniziato ad approfondire il linguaggio cinematografico, realizzando i primi cortometraggi con mezzi semplici, insieme ad amici e familiari. Nella prima decade degli anni 2000 ho realizzato diversi lavori indipendenti.
Di lei si parla come di un regista costruttore d’immagini che restano. Come mai?
È il risultato di un lavoro molto attento sulla messa in scena. Cerco di trasformare la realtà attraverso l’immagine, curando scenografie e inquadrature. La macchina da presa è spesso stabile, con movimenti controllati. Mi ispiro alla lezione di Andrej Tarkovskij, cercando di creare immagini autonome ma allo stesso tempo collegate tra loro, quasi dei micromondi. Fondamentale è il ruolo del montaggio.
Quale significato dà al fare cinema cosiddetto “d’autore” nell’Italia d’oggi?
È una scommessa ma anche una necessità. Ho notato, anche nell’insegnamento, che quando si propongono opere forti e coerenti, anche i giovani rispondono. Se c’è una poetica chiara e un messaggio autentico l’attenzione arriva. Il cinema d’autore può essere un contraltare importante nel panorama attuale.
Ha degli autori di riferimento?
Sicuramente: Andrej Tarkovskij, Luis Buñuel, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Robert Bresson. Sono autori che hanno segnato profondamente il linguaggio cinematografico.
Questo è un percorso costruito contando sulle sue forze. Che consiglio darebbe a un giovane con questa vocazione?
La prima cosa è capire se si tratta davvero di una vocazione, perché richiede sacrifici e costanza. Se la risposta è sì, serve trovare la propria poetica e difenderla, senza seguire le mode. Oggi è possibile iniziare anche con pochi mezzi, persino con uno smartphone. È importante studiare i grandi maestri, esercitarsi, scrivere, avere pareri sui propri lavori. Poi serve cercare un produttore, partecipare a concorsi, non porsi limiti. È un percorso difficile e spesso frustrante, ma se ci si crede davvero vale la pena portarlo avanti fino in fondo.
Autore: Daniele Bebber