Manuela Gostner ha fatto del rombo dei motori la colonna sonora della sua vita: ecco come la pilota è riuscita ad entrare nel mondo dell’automobilismo e a trovare la sua strada, fatta di rispetto, determinazione e passione.
“Chi non è abituato farebbe fatica persino a tenere gli occhi aperti” racconta Manuela Gostner; dalle sue parole si apprende molto chiaramente che nel mondo delle corse, in un certo senso, l’estremo diventa normalità con incidenti che spesso scorrono davanti agli occhi senza essere davvero “visti” e riflessi allenati a reagire ancor prima di pensare. “Siamo così abituati a queste situazioni che non ci soffermiamo sul loro peso. È un altro stato mentale.” Insomma, chi quell’universo lo osserva da fuori può sembrare surreale, forse persino folle.
Manuela Gostner, cosa spinge una donna a entrare in un ambiente storicamente maschile com’è l’automobilismo?
Parlando di me, in realtà è successo tutto per caso. Ho fatto pallavolo per tanti anni, ma in famiglia le corse c’erano già. Mio papà e mio fratello gareggiavano nel Ferrari Challenge. Un giorno ci invitarono a una prova e mio padre mi disse: “Prova anche tu”. Era una Ferrari 458 Challenge, una vettura da pista vera e propria. Sono salita, ho fatto qualche giro e mi ha affascinata subito; sembrava un altro mondo. Il momento decisivo è arrivato poco dopo, quando ero seduta accanto a quello che allora era il mio allenatore e oggi marito. lui mi ha mostrato cosa significa guidare un’auto al limite, sfruttando tutto quello che può dare. Lì è scattata una sfida personale, ho pensato che se lui poteva imparare, potevo farlo anch’io. Ho fatto sport per tutta la vita, sapevo come si impara. Mi sono detta: “voglio diventare la pilota migliore che posso essere”.
La prima gara non si dimentica mai, giusto?
Esatto: era il 26 giugno del 2014. Avevo una paura enorme, tanto che prima della partenza stavo addirittura malissimo. In realtà quando scatta il verde, entri in una specie di tunnel dove reagisci, sei concentrata, quasi come un robot. Quella tensione prima della partenza non se ne va mai del tutto, in sostanza è rispetto per quello che stai per fare. È uguale anche per i piloti di Formula 1. È una battaglia, la bandiera a scacchi sventola e tutto inizia, ma solo a fine gara realizzi il risultato.
Quali sono le piste che le hanno lasciato maggiormente il segno?
Sicuramente Spa-Francorchamps, con curve leggendarie come Eau Rouge e Blanchimont, e poi la famosa 24Ore di Le Mans, che si corre in gran parte su strade normalmente aperte al traffico. Case, alberi, asfalto irregolare. È la pista con la velocità media più alta al mondo: affascinante e molto esigente.
Ha conosciuto qualche grande nome del motorsport?
Nel Mondiale Endurance ho corso contro i piloti più importanti. Alla mia prima 24 Ore di Le Mans c’era anche Fernando Alonso. Ma in generale ognuno sta nel proprio box. In gara sei concentrato e gli altri sono avversari, non c’è molto “dietro le quinte”. Anzi, per chi se lo immagina glamour, il weekend di gara è noiosissimo. Si pensa a migliorare, si va a dormire presto, si recuperano energie. Tutti sono stanchi e concentrati.
Nella sua carriera che auto ha guidato?
Le GT sono derivate da modelli di serie, poi trasformate per la pista. Le GT3, usate nelle gare endurance come Le Mans, sono molto più “racing” rispetto alle Challenge. La macchina più straordinaria che abbia guidato è la 488 GTE: un’astronave.
In questa disciplina come siamo messi con le quote rosa?
Siamo poche, quindi ci conosciamo tutte ma stiamo aumentando in ogni ruolo: pilota, meccanica, ingegnera, team principal. Però il motorsport rimarrà più maschile, come il balletto resterà più femminile. È una questione d’interessi: poche sentono davvero questa passione così forte da iniziare un percorso.
Corrisponde al vero l’idea che uomini e donne guidano in realtà in modo diverso?
Non siamo uguali, nello sport come nella vita. In generale gli uomini sono più portati al rischio immediato, noi siamo più prudenti, partiamo in sicurezza, poi ci avviciniamo gradualmente al limite. Alla fine si arriva allo stesso punto ma con un percorso diverso.
Personalmente, cosa le ha dato il motorsport?
È molto formativo. Ti insegna a cadere e a rialzarti tante volte. Ti dà carattere, ti rende più solida.
Ci racconta come è una giornata tipo di una pilota in gara.?
Sveglia, colazione, briefing con ingegnere e coach, ultimi consigli, concentrazione prima della partenza. Nelle gare sprint la strategia è più semplice ma l’ansia c’è sempre. Cerchi delle distrazioni, parli, respiri. L’importante è rimanere centrati.
E la sua famiglia che cosa dice? Come si rapporta con questa sua passione?
All’inizio le mie figlie soffrivano la mia assenza, mi vedevano come la mamma rompiscatole. Oggi sono più grandi e sono orgogliose. E questo ripaga di tutto.
Può lasciarci un suo consiglio personale per chi sogna di entrare a far parte di questo mondo?
Fidarsi del proprio istinto, seguire la passione e non farsi condizionare troppo dalle opinioni altrui.
Autore: Daniele Bebber