“Se dico no, cosa mi perdo?”

Attualità | 11/12/2025

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Rubriche

Editoriale

Il vero disagio

“L’affettività non si insegna, bensì si coltiva. Bisogna portare acqua e farla stare al sole: del...

Mostra altri
Editoriale
Racconti dalla Bassa

La città di Tridentum e la valle dell’Adige

Tra l’età romana e la prima età medievale, la valle dell’Adige costituì uno degli assi territoria...

Mostra altri
Racconti dalla Bassa
La Scena Musicale

Ma che figurini quei Polemici!

È davvero trascorso molto tempo dall’ultima uscita in pubblico dei Polemici, una delle più eclett...

Mostra altri
La Scena Musicale
Balconorto

Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano pros...

Mostra altri
Balconorto
Invito alla scoperta

Il Castel Naturno – Burg Hochnaturns

La val Venosta, si sa, è uno scrigno di tesori d’arte e di storia e fra i numerosi siti raggiungi...

Mostra altri
Invito alla scoperta
Scorci del capoluogo

La chiesa di Santa Maria Assunta 

I fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone non sono da meno rispetto a quelli di altre diocesi ...

Mostra altri
Scorci del capoluogo
Senza Confini

Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornal...

Mostra altri
Senza Confini