Aldo Mazza: cinquant’anni fra libri e intercultura

Attualità | 25/1/2024

Si chiude un’epoca per quell’ “alieno” venuto dal Sud a insegnarci cosa vuol dire stare insieme. Lo ha fatto così bene che può vantare di aver ricevuto dal Land Tirol la Croce al Merito per il suo impegno concreto per la convivenza tra gruppi linguistici in Alto Adige. Edizioni Alpha Beta confluisce in Edition Raetia, ma lui sarà ancora lì sulla tolda a seguire la sua nave che va.

“Arrivò in Alto Adige/Südtirol da Salerno oltre cinquant’anni fa poco più che ragazzo. Di questa terra sapeva poco o nulla e certamente non immaginava che proprio la sua particolarità di terra di frontiera, di incontro e scontro tra culture, sarebbe diventata il centro del suo impegno”. Così il risvolto di copertina di “Impegno miteinander” curato da Toni Colleselli e Lucio Giudiceandrea per i tipi di Edizioni Alpha Beta Verlag, introduce il personaggio Aldo Mazza “un illuminista pragmatico che è andato a cercare e a provare sul campo le soluzioni a questo problema: come creare confidenza con l’altra lingua e cultura, come favorire la comunicazione e l’incontro”. Il volume racconta l’impegno e il percorso di Aldo Mazza in questi cinquant’anni ed è stato pubblicato nel 2023, in occasione del suo 75esimo compleanno, mentre si stava compiendo il percorso di cessione o forse meglio dire fusione, tra la casa editrice da lui fondata e diretta fino ad oggi, e le Edizioni Raetia. Finita anche questa fatica, incontriamo Aldo Mazza all’inizio di un anno in cui potrà cominciare a godersi la pensione anche se l’impegno per la sua creatura non verrà meno, anche se lo eserciterà in altra forma.

Aldo, cominciamo dalle origini. A Merano ci sei arrivato per amore. Giusto?

Eh sì, era il 1968 quando sulla spiaggia di Salerno conobbi Ulli (Zipperle ndr) quella che sarebbe diventata mia moglie, una di quelle tipiche conoscenze estive che di solito si esauriscono ben presto. Nel nostro caso non fu così, il nostro incontro era destinato a durare nel tempo e così decisi di seguirla a Merano. 

Non facili gli inizi, vero?

Ero piombato in una famiglia che seguiva le regole non scritte, non espresse, ma fortemente radicate che volevano che i “tedeschi” non dessero confidenza agli “italiani” se non per ragioni di lavoro. (una situazione descritta molto bene dalla stessa Ulli nel primo capitolo del libro ndr).

E poi?

Cominciai a studiare il tedesco, ad approfondire la storia di questo posto per capire dove mi trovavo e le ragioni dell’altro, ed insegnai italiano nelle scuole tedesche. Poi per due anni lo feci anche in Somalia, già con Ulli assieme a me e divenni anche coordinatore didattico del programma di italiano “lingua veicolare” presso l’Università di Mogadiscio.

Al rientro a Merano sboccia poi l’idea di Alpha Beta Piccadilly, una scuola di lingue.

Sì. Avevo maturato una certa esperienza nel settore e così nel 1987 con un gruppo di amici fondammo la Cooperativa Alpha&Beta. Eravamo convinti che fosse necessaria un’iniziativa concreta che cercasse di rompere il clima di separazione e fornire strumenti di conoscenza e comunicazione reciproca per favorire il contatto.

E qui cominciò, in embrione, la fase della casa editrice…

All’inizio erano pubblicazioni per l’apprendimento linguistico, testi di glottodidattica e sull’interculturalità in stretto contatto con l’attività della scuola di lingue. Poi pensammo che la casa editrice andasse ulteriormente sviluppata come strumento che supportasse a tutto campo il lavoro (inter)culturale: promuovendo libri per creare conoscenza, curiosità, e per passare dal vivere vicini quasi ignorandosi alla voglia di superare quel confine che c’è tra italiani e tedeschi. Contribuendo così alla realizzazione di una “casa comune” che non abolisse le differenze, ma consentisse uno scambio reciproco consapevole.

Con quale spirito e obiettivo, si diede vita ad Alpha Beta?

Lo scopo, sia della scuola di lingue che della casa editrice, è sempre stato quello di creare un ponte tra le due culture, il dialogo, la conoscenza reciproca. Per l’editoria prima con i libri per la didattica e poi con narrativa e saggistica. Questo secondo aspetto, in ottica “glocal”, si è sviluppato a partire dal 2008 con una casa editrice che non voleva essere né italiana né tedesca e con un desiderio di sconfinare continuamente tra una cultura e l’altra. Ad esempio, partendo dalla convinzione che se non conosci la letteratura dell’altro di fatto non lo conosci, abbiamo sviluppato con la Collana TravenBooks, il lavoro di trasporto di molta letteratura da una lingua all’altra. Il tutto nella convinzione che l’Alto Adige/Südtirol fosse il territorio ideale per l’incontro di due grandi culture come quella tedesca e quella italiana. 

Quali sono le pietre miliari di questi anni di editoria?

In questi anni abbiamo pubblicato più di 300 libri a cui sono molto legato. Se devo isolarne alcuni, mi viene in mente uno degli ultimi, quello dedicato alla trasposizione dell’opera omnia di Willhelm Busch da parte di Giancarlo Mariani con il determinante contributo di Ulrike Kindl e Dominikus Andergassen, e poi la Collana “Zeitworte/Parole del tempo”, quella “Territorio/Gesellschaft” con ad esempio “Stella aliena” di Lucio Giudiceandrea in coppia con “Die Bluten der Macht” di Hans Heiss che sono un modo di guardare la stessa realtà, quella della Volkspartei, con la prospettiva di un autore italiano e uno tedesco. Particolarmente orgoglioso sono anche della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, molto apprezzata a livello nazionale, che ha prodotto 26 titoli sul tema del disturbo mentale a partire dall’esperienza dell’approccio di Franco Basaglia, indagando un altro tipo di confine: quello tra salute e malattia.

Della collana Territorio/Gesellschaft fa parte il volumetto “Stare insieme è un’arte” che hai scritto a quattro mani con Lucio Giudiceandrea.

È il tentativo di far capire come lo stare insieme tra persone di lingua e cultura diversa non sia naturale, ma sia un percorso a volte faticoso che richiede rinunce e compromessi, da parte di tutti, ma è anche ricco di soddisfazioni per gli individui e le società che intendono affrontarlo. Se ignoriamo la storia, la cultura, la sensibilità e la lingua dei nostri vicini, sarà difficile superare le contrapposizioni. Il punto è che bisogna volerlo.

Cosa lega tra loro tutte queste opere?

Il filo rosso è dato dal fatto che vogliono guardare alla complessità del nostro territorio e non chiudersi in uno dei due mondi che lo compongono. È la teoria dello sconfinamento di cui dicevo prima, in un territorio dalla grande potenzialità: il confine visto non come limite, ma come risorsa. Come il vino, le mele e il bel paesaggio, la nostra terra ha infatti da offrire una particolare competenza che è quella del sapersi muovere dall’interno di due grandi culture.

Ci siete riusciti?

Difficile dirlo. Se l’obiettivo era quello di guardare le cose con una prospettiva che non fosse solo italiana o solo tedesca, ma vedesse il tutto cercando di fare sintesi, credo che abbiamo dato un contributo significativo.

Un rammarico?

Abbiamo fatto il possibile per fornire strumenti di conoscenza, occasioni di dialogo e contatto, ma guardando alla realtà di oggi, credo ci sia ancora molto da fare.

E da oggi in poi?

Seguirò da dietro le quinte il percorso di Edizioni alphabeta Verlag in Raetia e spero di avere più tempo per me, per trascorrerlo in seno alla famiglia e anche nella mia isola croata a leggere e… guardare il mare, come facevo a Salerno. Sono abbastanza sereno, ma anche curioso di vedere come reagirò a questa mia nuova fase della vita.

Autore: Enzo Coco

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