La leva del 1921 in Bassa Atesina

Attualità | 8/9/2022

Alla fine del XIX secolo, la Bassa Atesina, terra aperta all’incontro di uomini e culture, si trovò al centro delle contese tra opposti nazionalismi. Negli anni del primo dopoguerra, questi fecero, per così dire, un salto di qualità, sfociando in prevaricazioni personali e, viepiù, in attacchi violenti alla sua identità storica. Un’eredità pesante, che i “patrioti” di ieri e di oggi non rinunciano a rinfocolare a ogni occasione.

La massiccia immigrazione di famiglie povere dal Welschtirol/Trentino da un lato aveva contribuito a fronteggiare la mancanza di manodopera in vari settori economici ma, dall’altro, aveva introdotto un elemento di forte instabilità sociale nei paesi dell’Unterland.
La fine della guerra, con la disfatta e disgregazione dell’impero austro-ungarico, significò per il Trentino il ritorno alla patria, per l’Alto Adige il distacco dal Mutterland. La Bassa Atesina, schiacciata tra i due blocchi, pagò il prezzo più alto al nuovo assetto geo-politico. I nazionalisti, a dispetto delle rassicurazioni espresse dai massimi rappresentanti dello stato liberale, trovarono terreno fertile per le loro mire egemoniche e prevaricatrici.
Roma, con i primi ministri Bonomi e Giolitti, si era dimostrata tollerante nei confronti della minoranza tedesca ma i nazionalisti trentini, raggruppati intorno al giornale “Libertà” e a Ettore Tolomei (residente e sepolto a Montagna), reclamarono la detedeschizzazione ovvero l’italianizzazione forzata della Bassa Atesina. Il principale terreno di scontro divenne la scuola, le prime vittime i bambini.
Il 1921 si era aperto con il brutale assassinio del maestro Franz innerhofer da parte dei fascisti di Starace.
In Bassa Atesina serpeggiava il timore di altre rappresaglie etniche. “Anche i nostri bambini di sei anni devono sottoporsi alla visita di leva” titolava tra il sarcastico e l’allarmato il “Volksbote” di Bolzano del 10 novembre 1921. Ovviamente, il giornale non si riferiva alla leva militare – che invece, un po’ a sorpresa, divenne obbligatoria anche per i ventenni sudtirolesi – ma a quella scolastica.
Lo scopo della trovata era evidente: costringere il governo di Roma, che con la legge Corbino (ministro della pubblica istruzione prima di Benedetto Croce e Giovanni Gentile) e prima ancora le solenni parole di Vittorio Emanuele III aveva garantito la tutela “delle istituzioni e delle usanze locali” e il diritto all’insegnamento nella propria lingua madre, ad assecondare gli obiettivi dei nazionalisti trentini e dei nascenti fasci italiani di combattimento, che intendevano trasferire il maggior numero possibile di bambini dalle scuole tedesche a quelle italiane.
Obiettivo finale: l’eliminazione del tedesco dalla vita pubblica e la chiusura di tutte le scuole tedesche – insomma, la completa snazionalizzazione del vecchio “Bozner Unterland”.
Per aggirare la legge Corbino, si ideò, dunque, questa bizzarra leva scolastica. Un decreto del commissariato generale di Trento nominò una commissione composta da soli “esperti” italiani: avevano il compito di sottoporre tutti i bambini iscritti alla prima classe elementare (compresi i ripetenti) all’esame di “nazionalità”.
I genitori furono costretti ad accogliere i commissari nelle loro abitazioni o a presentarsi con tutta la famiglia nei luoghi indicati. Chiunque portasse un cognome vagamente italiano – cosa storicamente diffusissima in Bassa Atesina – o tra le mura domestiche utilizzasse (anche) la lingua italiana o il dialetto trentino, veniva iscritto d’imperio alla scuola italiana. Alla leva erano sottoposti non solo gli ignari bambini ma anche i loro genitori e nonni: ed è ben facile immaginare, come in Bassa Atesina fossero pochissime le famiglie “incontaminate” da un punto di vista linguistico.
La scuola tedesca fu praticamente svuotata, gli insegnanti esautorati. Negli anni successivi si assistette quindi ad un numero notevole di bambini che abbandonarono la scuola e anche chi continuava a frequentarla di fatto apprendeva soprattutto le canzonette fasciste.
L’opera fu quindi portata a termine da Mussolini, che a partire dal 1923 fece chiudere tutte le scuole tedesche senza ulteriori “leve” e vietò perfino i corsi privati fino ad allora tollerati dalle autorità. Nacquero così, anche in numerosi paesi della Bassa Atesina, le “Katakombenschulen”, affidate a maestre che mettevano a repentaglio la propria sicurezza personale per garantire l’insegnamento della madrelingua ai bambini.

Autore: Reinhard Christanell

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