La navigazione con zattere sull’Adige

Attualità | 19/5/2022

Oggi l’Adige scorre pacato nell’omonima valle quasi si fosse scordato del suo glorioso e alquanto “movimentato” passato, inabissato per sempre nelle sue acque. Infatti, per secoli questo fiume, che collega il mondo alpino (e le terre d’Oltralpe) a quello padano e mediterraneo, si trovò al centro dell’attività economico-commerciale – e non solo – delle popolazioni residenti tra Bolzano e Verona. Per un lungo periodo, il mezzo di trasporto più utilizzato fu quindi la zattera, un’imbarcazione di tronchi d’albero legati tra loro. Dopo il 1850, con l’arrivo della ferrovia, iniziò l’inesorabile declino di un mondo vitale e variegato che aveva raggiunto l’apice del “successo” nel medioevo, quando il fiorente commercio di legname verso le Venezie e l’emergente attività mercantile di Bolzano determinarono un incremento significativo della navigazione sul fiume e di tutte le attività connesse.
Le strade, certo, esistevano da sempre, gli stessi Romani ne avevano realizzata una di grandi dimensioni (si trattava di far transitare le legioni dirette in Germania) che attraversava tutta la valle fino a Passo Resia e Augusta (Augsburg). Era chiamata Claudia Augusta in onore dell’imperatore Claudio che l’aveva terminata nel 46. Ben prima dei Romani, arrivati nel 15 a.C., i Reti, che non disponevano di uno “stato” organizzato e neppure di grandi eserciti, si spostavano su cammini “storici” e mulattiere adeguati alle loro esigenze.
Sappiamo con certezza che furono proprio i misteriosi popoli alpini della cultura di Fritzens-Sanzeno a sfruttare per primi e in modo sistematico le potenzialità del fiume. Nel periodo citato, nacquero, in modo più o meno spontaneo, vari “approdi”: probabilmente a Terlano, ai piedi di Castel Neuhaus, poi forse a Gmund / Monte, all’altezza dell’attraversamento del fiume sotto la collina di Castelfeder, infine a Laimburg, sotto il Hohenbühel e i castelli medievali di Laimburg e Castelchiaro. Proprio qui sorse, alle spalle del porto, anche un grande insediamento che rimase attivo per quasi mille anni fino al termine del periodo romano e di cui conosciamo soprattutto l’annessa necropoli. A sud di Vadena, Egna, Trento, Sacco presso Rovereto e poi Verona possedevano a loro volta importanti “porti” sull’Adige. Laimburg / Vadena, di per se luogo “marginale”, paludoso e poco appetibile per un insediamento significativo, deve la sua grande rilevanza al collegamento viario attraverso il varco Kreith (o Passo del Much) con l’Oltradige, il passo della Mendola e l’Anaunia, dove si trovavano numerose officine specializzate nella lavorazione dei metalli e in particolare del ferro. Ovviamente, i ritrovamenti archeologici confermano anche il notevole flusso di merci in direzione opposta, ossia provenienti dall’Etruria (a cui i Reti erano anche culturalmente legati) e dai territori occupati dai Veneti.
Quando esattamente il porto venne spostato di qualche chilometro a nord, tra Bronzolo e Vadena, non è noto. Il motivo dello spostamento può essere riconosciuto nel lento declino economico del sito di Vadena a favore di altre località emergenti come Laives e la stessa Bolzano, commercialmente più attivi e allettanti.

L’attività della navigazione fluviale nei tempi antichi non ha lasciato tracce significative. Solo a partire dal XIII secolo è riccamente documentata grazie alla circostanza alquanto insolita che essa fu gestita e quasi monopolizzata per secoli (ossia fino al periodo napoleonico) da una sola “azienda”, ovvero alcune famiglie della piccola località di Sacco presso Rovereto (per gli asburgici Sackh bei Roverend). Essi detenevano di fatto un privilegio intangibile per il trasporto delle merci (e delle persone) provenienti e dirette ai mercati di Bolzano, allora in forte crescita, e inoltre conquistarono anche un controverso diritto di prelazione sul legname prodotto nei boschi della Val d’Ega.
(1. continua)

Autore: Reinhard Christanell

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