Marino e il suo sogno americano

Attualità | 25/11/2021

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo

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