Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Rubriche | 18/9/2025

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente