Simboli e diavoli. Alto Adige, nevrosi da confine

Rubriche | 29/5/2025

Secondo la Costituzione (art. 12), “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. È dunque la bandiera “della Repubblica”. Non il feticcio identitario dei “meranesi di lingua italiana”. La Repubblica è una casa comune e tutela le differenze linguistiche.

“Simbolo” è una parola interessante. Deriva dal greco antico “symballo” che significa “mettere insieme, far coincidere”. È qualcosa che unisce, che dà la possibilità di identificare l’altro come un amico. Quasi all’opposto c’è la parola “diavolo” (“diabolos”) che significa propriamente “calunniatore” e deriva dal greco “diaballo”, ovvero “gettare attraverso, calunniare”, in senso lato: separare. C’è una terza parola, “dialogo”, che è simile alla seconda, ma solo in apparenza.

Premetto che, da meranese, ringrazio Dario Dal Medico per il lavoro svolto in questi anni a servizio della città e sono fiducioso che Katharina Zeller saprà fare del suo meglio per confermare a Merano il ruolo di una città inclusiva ed europea. Credo che entrambi siano rimasti vittima di dinamiche che li precedono (“nevrosi da confine”, la definì Piero Agostini) e che si siano trovati a dover gestire loro malgrado una situazione non voluta e non prevista.

Torniamo al tricolore. L’equivoco di fondo è pensare che sia il simbolo di una “nazione”. La Costituzione, nonostante l’età, è più avanti di tutti noi e ci corregge ricordando che essa è “la bandiera della Repubblica”. Di quella Repubblica che tutela le minoranze linguistiche (art. 6). Se identifichiamo il tricolore (ma vale anche per il bicolore provinciale) con un gruppo linguistico, allora non è più un simbolo. Anziché unire, divide. Diventa strumento “del diavolo”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nel nostro caso la pentola è l’Autonomia (a livello più ampio, la Repubblica). C’è, è bella, è efficace. Ma non è detto che abbia il coperchio. Il coperchio è il rispetto per tutte le sue componenti, la partecipazione reale, la reciproca conoscenza, una buona comunicazione. Insomma, il “dialogo”, dal greco “dia” e “logos”. “Logos” vuol dire parola, ragione, senso. “Dia” significa “in mezzo a”. In altri termini: la ragione – in Alto Adige – non è solo mia né solo tua, ma un percorso comune. Diavolo permettendo.

Autore: Paolo Bill Valente