Da Merano al tetto del mondo

Attualità | 22/9/2022

“Contribuire in maniera attiva a uno sviluppo positivo del mondo e della società”: è il desiderio di Selena Milanovic, meranese di nascita, uno dei nomi da segnare in rosso nel quaderno dei talenti di cui sentiremo parlare in futuro: a soli 27 anni può vantare un curriculum e un’esperienza accademica e professionale degna dei migliori scienziati al mondo, tanto che è stata inserita dal noto magazine economico Forbes nella Top 100 degli under 30 più influenti d’Italia, alla voce “scienza”.

I traguardi raggiunti finora sono davvero tanti, e fra questi Selena ha avuto anche l’onore di presentare di fronte al Parlamento britannico un’importante ricerca sulla circolazione del sangue nel cervello nei casi di demenza. Negli anni la giovane scienziata ha maturato anche una forte sensibilità sociale che l’ha portata a passare dal settore dell’ingegneria a quello biomedico, rientrando nella ristretta cerchia dei giovani rappresentanti il World Economic Forum. 

Oggi Selena Milanovic lavora per la Siemens, multinazionale di Monaco di Baviera, parla quattro lingue fluentemente e si impegna ogni giorno per unire la propria sensibilità sociale ad una solida preparazione tecnica e scientifica. 

Selena, sei partita da Merano e sei diventata conosciuta a livello internazionale. È stato un percorso difficile?

Nulla è facile nel mondo del lavoro, quello che mi ha sempre mosso è stato il grande interesse per le scienze e la voglia di contribuire allo sviluppo del mondo. Ho studiato ingegneria all’Università di Bolzano in tre lingue in modo da poter affinare le mie conoscenze tecniche. Questo mi ha permesso successivamente di ottenere una laurea magistrale in ingegneria biomedica sia a Vienna che Brno. Subito dopo ho capito che il mio interesse stava virando sulla modellazione matematica, e per questo ho intrapreso un dottorato, sempre in Ingegneria biomedica all’Università di Oxford, dove ho studiato il flusso del sangue nel cervello.

Essere riconosciuta tra i migliori talenti italiani non ti mette pressione?

Assolutamente no, anzi. Per me essere stata inclusa nella classifica di Forbes ha rappresentato un grande onore ma mi ha fatto avvertire anche una grande responsabilità perché mi rendo conto che con il mio lavoro posso generare un impatto positivo per la nostra società. 
Non lo vedo assolutamente come un punto d’arrivo, anzi, lo vedo come un trampolino di lancio. 

Quanto sono stati importanti i tuoi anni trascorsi in Inghilterra?

Tanto, lì ho vissuto esperienze uniche. Ho fatto parte di un team di scienziati che ogni giorno riassumeva i punti salienti delle ricerche e delle scoperte riguardanti il Covid e li esponeva ai parlamentari inglesi. Tramite questi nostri documenti scientifici venivano decise leggi, lockdown e ordinanze. 
Eravamo di fatto un comitato scientifico, e questo mi ha reso molto orgogliosa. A Oxford ho potuto anche lavorare a un algoritmo capace di mappare il flusso del sangue nel cervello laddove le immagini che otteniamo con le risonanze magnetiche non bastano. 
Si tratta di modelli matematici capaci di riempire i “buchi” che vediamo sulle risonanze. È stato un lavoro lungo e complicato, ma che mi ha ripagato in pieno dato che ho potuto esporlo davanti al Parlamento.Un momento per me davvero emozionante.

In Italia il problema dei cervelli in fuga sembra essere dilagante…

Vero, ma non penso sia una cosa negativa. Viviamo in un mondo globalizzato, serve flessibilità mentale, è necessario conoscere nuove culture, lingue, usanze. Solo così si torna a casa più ricchi d’esperienze. Io voglio imparare il più possibile a livello internazionale perché questo mi permette di diventare versatile culturalmente. Non è una questione di scappare dall’Italia, bensì di potermi arricchire nel mio campo.

Nel mondo scientifico esiste una disparità di genere?

Sì, ed è un problema supportato da dati inconfutabili. Qualcosa però si sta muovendo. Quando studiavo a Bolzano eravamo solo il 3 per cento di ragazze, oggi lo stesso corso conta il 30 per cento. Si tratta di un miglioramento esponenziale. Ci sono sempre più ragazze che entrano nel mondo STEM, ma bisogna iniziare ad aprire le porte anche per le posizioni più alte, che oggi sono ancora ricoperte per la maggior parte da uomini. 
Insomma, c’è tanto lavoro da fare ma rispetto a tanti anni fa c’è anche una maggiore apertura mentale per creare un ambiente più equo.

Che consiglio daresti ai giovani ragazzi emergenti?

Quello di cercare di estrapolare il meglio dai modelli che ognuno segue, cogliendo gli spunti più interessanti, amalgamandoli nel proprio lavoro quotidiano. Ma penso sia anche necessario essere versatili e attivi in più campi possibili. Alla base però ci deve sempre essere la passione in quel che si fa. Solo così è possibile non sentire la fatica.

Qual è la cosa che più ti piace del tuo lavoro?

Il sapere che attraverso una piccola scoperta sono in grado di migliorare la vita a milioni di persone. 
Basta un solo prodotto medico per impattare positivamente in ogni angolo del mondo, dando la possibilità a tante persone di continuare a fare ciò che fanno, migliorando la nostra comunità. Questo è un aspetto che mi affascina molto.

Autore: Alexander Ginestous

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