Una casa a chi ne ha bisogno

Attualità | 14/10/2021

Si chiama Housing First, e il suo obiettivo è il ritorno ad una situazione abitativa dignitosa di persone con problemi psichiatrici sanitari e di dipendenza, i quali vengono identificati senza dimora cronici (ovvero persone che da più di un anno vivono in strada). In Alto Adige il progetto pilota prevede l’inserimento in appartamenti autonomi in 3 comuni dell’Alto Adige (Bolzano Merano e Bressanone) e un accompagnamento socio-pedagogico da parte di personale competente.

“Housing first è un progetto importante, quanto difficile da realizzare. Ci vogliono competenza, pazienza e un lavoro di rete con tutti gli attori coinvolti”, spiegano i referenti responsabili del progetto pilota per Merano ovvero l’educatrice professionale Emanuela Albieri e l’assistente sociale Robert Vorhauser, che lavorano presso il centro per persone con disabilità e disagio psichico Pastor Angelicus di Merano.

Emanuela Albieri, Robert Vorhauser e Melanie Frei

Quando nasce l’idea di questo progetto? 
Robert Vorhauser – Questo progetto nasce nel 2017 con l’intento di trovare un’abitazione a persone che vivono da molto tempo sulla strada. L’intenzione è di promuovere questo concetto su tutto il territorio provinciale, ma noi seguiamo la zona di Merano e del Burgraviato.

Che differenza c’è rispetto ai progetti del passato che si occupavano ugualmente del recupero di persone con disabilità mentale? 
Robert Vorhauser – Il classico programma di inclusione, detto anche programma a gradini, prevede una serie di step che la persona coinvolta è tenuta a superare per accedere ai servizi come quello dell’accompagnamento o della casa. Questo modello di intervento è considerato in molti casi fallimentare; il sistema di premio o punizione non porta la persona a raggiungere l’obiettivo dell’autonomia totale anche perché ci troviamo di fronte a persone pluri problematiche o con doppia diagnosi che a fatica soddisfano i requisiti minimi per accedere al servizio stesso o che abbandonano il progetto semplicemente perché non ce la fanno. 
L’idea nuova è quella di capovolgere questo approccio, partendo proprio da un bene essenziale, dal bisogno fondamentale di avere un rifugio sicuro dove la persona si può ritirare e cominciare il proprio recupero. 

Fisicamente dove dobbiamo immaginarci questo progetto? Dove si trovano le case che ospitano i senzatetto? 
Robert Vorhauser – La difficoltà è trovare proprio le abitazioni. In questo momento stiamo seguendo sei progetti attivi tra Merano e Lagundo. Si tratta di persone che si trovano sia in appartamenti privati che in quelli gestiti dal Comune. 

Come si fa a sensibilizzare la comunità nella ricerca di appartamenti sfitti? 
Emanuela Albieri – La cittadinanza deve conoscere il progetto, deve essere informata. Solo se facciamo passare il messaggio di un progetto utile e volto al bene comune, la collettività può rispondere in maniera positiva.

Qual è il profilo delle persone coinvolte in questo progetto? Di chi parliamo?
Emanuela Albieri – Parliamo di persone che nascono sul territorio e sono molto legate alla loro Heimat, ma che non riescono a superare quegli step che consentono loro l’accesso a un servizio. Ci sono persone seguite dal Sert, ma che non riescono a rientrare in un progetto specifico perché ci sono degli “obblighi” o dei “requisiti”. Non è soltanto una questione di volontà, ma è la malattia stessa a rappresentare un ostacolo. Per intenderci: ci sono alcuni clochard che non riescono a usufruire del servizio mensa perché la loro condizione psichica è così fragile da non reggere il confronto con altre persone o con ambienti a loro estranei.

Questo progetto è costruito attorno alla persona e non alla malattia o al disagio. Si intercettano storie, biografie e si guarda alle esigenze e ai bisogni di ogni singolo individuo. Si cercano soluzioni individualizzate nel rispetto delle specificità. Quanto costa in termini di energie una ricerca simile? 
Emanuela Albieri – Concettualmente il progetto è molto dispendioso. Ma dobbiamo pensare ad una cosa: dove finiscono queste persone? Che fine fanno? A chi si rivolgono? Il rischio è che si riversino negli ospedali o in strutture più costose. Housing first si è posto il problema dei costi benefici ed è per questo che riteniamo che la soluzione abitativa sia non solo più economica, ma anche più vantaggiosa per tutta la comunità. Chi beneficia del servizio può essere seguito; l’eliminazione dello stress per la sopravvivenza aiuta a stabilizzare  l’assistito e a curare le malattie psichiche e l’abuso di sostanze. 

Come si riesce a convincere le persone ad entrare in una casa?  
Robert Vorhauser: È fondamentale che la persona sia convinta di voler vivere in una casa e di accettare l’aiuto e l’accompagnamento di un operatore. Senza questi requisiti formali, è impensabile intraprendere un percorso di Housing first. 
Emanuela Albieri: È un lavoro lento e paziente che non produce effetti immediati. Lo step più difficile è far sentire a casa una persona, a volte anche quattro pareti possono essere strette. Secondo lo studio su Housing first ci vogliono circa sei mesi prima che la persona indigente accetti la nuova dimora. Sono donne e uomini con una storia apparentemente normale, ma che per una serie di eventi drammatici e pesanti, si sono ritrovati per strada. Inoltre oggi il problema riguarda anche famiglie con minori che si trovano a perdere una casa, pur avendo un lavoro. Per questo anche il ventaglio di intervento si sta allargando.  

Qual è dunque la filosofia dietro Housing first? 
Robert Vorhauser – Le persone devono essere immediatamente sottratte alla strada, più a lungo restano lì e più difficile sarà il percorso di recupero e guarigione. 

In che modo dobbiamo accogliere questo progetto? Come convincere quella parte incerta  della cittadinanza sulla bontà di Housing first?  
Emanuela Albieri – Togliere dalla strada persone con situazioni di disagio è un bene non solo per la persona stessa, ma anche per la comunità che quel disagio lo avverte e lo subisce. La persona malata mentale non rappresenta di per sé un pericolo, ma viene vissuta con diffidenza da chi non conosce il problema. Inoltre Housing first non soltanto toglie le persone dalla strada, ma offre un servizio di accompagnamento e di monitoraggio dell’assistito. Tra gli obiettivi da considerare ci sono: una formazione sui temi dell’igiene personale, sull’alimentazione e sulla gestione economica, la costruzione di reti sociali con il vicinato, l’integrazione all’interno di un condominio, l’apprendimento di regole di comportamento verso il prossimo, e tanti altri aspetti.

Cosa vi preme dire ancora sul progetto Housing first? 
Robert Vorhauser – Ci servono appartamenti, stanze, soluzioni abitative semplici, piccole, assolutamente non lussuose. Ci rivolgiamo al mercato privato, alle istituzioni, a tutti i cittadini e cittadine che vorranno aiutarci con un semplice passaparola. Per informazioni e contatti le persone interessate possono scrivere al seguente indirizzo email  robert.vorhauser@bzgbga.it o telefonare al numero  0473 272813.
Emanuela Albieri – Vogliamo ringraziare tutti i nostri partner e collaboratori, soprattutto il distretto sociale di Merano e il Sert, senza i quali Housing First non potrebbe funzionare.

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