Fact-checking e coronavirus

Attualità | 11/3/2021

Durante la pandemia, il proliferare di fake news in rete ha messo a dura prova la tenuta sociale. Di questo problema e della “bulimia informativa” abbiamo parlato con il responsabile dell’autorità provinciale di garanzia sulla qualità dell’informazione Roland Turk e con con lo psicologo esperto di dipendenze da internet Cesare Guerreschi.

// Di Luca Sticcotti

Recentemente la pubblicazione e la successiva circolazione nei social di un video a opera di medici e farmacisti altoatesini che mettono in discussione l’utilità dei vaccini contro il coronavirus ha suscitato un grande dibattito. è tornato dunque in primo piano il tema della qualità dell’informazione e del disorientamento causato dalla sovrabbondanza di notizie “non certificate” che circolano in rete, soprattutto nei social network e nella messaggistica privata. Si tratta di un tema complesso, anche perché tocca principi intangibili nel nostro ordinamento democratico come la libertà di informarsi e di esprimere opinioni. La qualità dell’informazione come garanzia per i cittadini e la capacità degli stessi restano comunque tutt’oggi dei veri e propri fari a cui aggrapparsi, come risulta chiaro nelle due interviste che vi proponiamo.

INTERVISTA CON ROLAND TURK

Roland Turk

Fake News in Alto Adige. Quali le osservazioni del Comitato provinciale delle Comunicazioni?
Quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale, un tempo di crisi che purtroppo presenta straordinarie conseguenze anche per la divulgazione di fake news. Fin dall’inizio c’è stata una grande incertezza da parte degli scienziati nell’inquadrare il fenomeno e questo ha determinato un terreno fertile per la nascita delle “teorie” più strane. Mi domando quali motivi ci siano alla base. Di solito si dice che le fake news nascono per motivi economici e in questo hanno il loro peso anche i comportamenti dei media online, che vogliono avere tanti “clic”. Ma ci possono anche essere motivi politici, come abbiamo visto anche nell’esempio delle elezioni negli Stati Uniti. Nel caso della pandemia le fake news a mio avviso sono state veicolate anche dalla grande preoccupazione manifestata dalle persone. 

Insomma, l’ansia e la paura hanno sostenuto in questa fase la forte diffusione di ideologie e credenze già precedentemente esistenti, attraverso la forte penetrazione dei social network, che oggi si affermano sempre di più come i veri mass media. 
Sì, poi le fake news si muovono con i loro consueti meccanismi. Di solito hanno contenuti eclatanti, che saltano subito all’occhio. Oppure si basano su facili semplificazioni plausibili e smascherarle è anche molto difficile, perché spesso non sono false al 100%. Spesso succede che di queste notizie siano false solo le conclusioni e non le premesse. In realtà i problemi principali relativi alle fake news è che non si riescono a bloccare e la loro caratteristica di diffondersi più rapidamente delle notizie vere, garantendo di informare in merito a “quello che altri non dicono”.  
È un po’ il meccanismo che si attiva quando ci si trova a un tavolo tra amici. Ognuno racconta le proprie storie, anche fantasiose, ma  è raro che qualcuno chieda “senti, ma chi te l’ha raccontata questa cosa?”. Proprio qui sta la prima questione fondamentale  per smascherare le fake news. Occorre chiedersi: qual è la fonte? La notizia si trova anche su altri media? è oggettivamente credibile? Insomma: bisogna ragionare un attimo prima di prendere una notizia per buona e magari divulgarla a propria volta. 

Oggi si ha spesso la sensazione che quella tra i media tradizionali e Google e i social network per il monopolio dell’informazione sia ormai una battaglia persa. È così? 
Questo rapporto andrebbe regolato. Ma purtroppo nei vari stati le autorità di garanzia per le comunicazioni da tempo si ritrovano a essere privi degli strumenti necessari per intervenire su questo piano.

Non abbiamo gli anticorpi per poter reagire e garantire la correttezza e la qualità dell’informazione in rete?
Bisognerebbe responsabilizzare i social network in merito ai contenuti che vi vengono veicolati. Finora non era stato possibile farlo, ma forse recentemente qualche piccolo passo in questa direzione è stato compiuto. Certo non facilita il fatto che le legislazioni vigenti in merito sono nazionali, mentre i social sono realtà internazionali. Noi come Corecom a livello locale possimo fare molto poco. Qualche intervento lo possiamo mettere in atto solo sui siti locali d’informazione, soprattutto se viene pubblicata qualche bufala o se tra i commenti online trova spazio qualcosa di intollerabile dal punto di vista legale. Sui social, invece, come autorità garante non possiamo fare nulla, purtroppo. 

Un altro argine alle fake news potrebbe essere rappresentato in futuro da vere e proprie scelte editoriali da parte delle testate giornalistiche in merito al cosiddetto fact-cheching, riservando risorse giornalistiche proprio alla confutazione più o meno in tempo reale delle fake news. 
Purtroppo questo è molto difficile da realizzare in un momento in cui il mondo del giornalismo è in grande crisi e non ha le risorse umane, oltre che finanziarie, che sarebbero necessarie in questo senso. Spesso i giornalisti non hanno il tempo per fare le loro ricerche per verificare a fondo le notizie che si apprestano a pubblicare e questo vale anche per il lavoro che prelude al fact-checking. Lo stesso problema naturalmente rende molto difficile anche la moderazione dei commenti ai post nei social che vengono pubblicati dai singoli media. 

Certo, ma per i media tradizionali questo vuol dire privarsi di un’indispensabile autodifesa, in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. 
Purtroppo si ha spesso la sensazione che il giornalismo di qualità non sia più finanziabile. Gli introiti pubblicitari calano e non sappiamo fino a che punto lo stato andrà avanti con i suoi sostegni all’editoria. Dobbiamo avere fiducia nel nuovo giornalismo online e nel suo coraggio. 

E forse dobbiamo sviluppare tutti, anche e soprattutto i lettori e utenti, una responsabilità nei confronti delle fake news, per poter continuare a disporre anche nel futuro di un’informazione di qualità. Nell’interesse di tutti.
È proprio così.

Arginiamo lo stress, usiamo meglio la rete e difendiamoci dalla bulimia informativa

Cesare Guerreschi

Dott. Guerreschi, il fenomeno delle dipendenze da internet non è nato con il Covid-19, ma è indubbio che con la pandemia certi meccanismi psicologici e sociali abbiano ricevuto una forte accelerazione. Quali sono i principali pericoli a cui siamo andati e andiamo tuttora incontro?
Esistono ancora pochi studi riguardo gli effetti psicologici da Coronavirus, ma quelli esistenti confermano le ipotesi avanzate dagli studiosi: la pandemia ha aumentato i livelli di stress, ansia, sintomi depressivi, insonnia, rabbia e paura. Le paure non sono rivolte solo al contagio, ma anche al timore di perdere la propria posizione lavorativa. Sembra che gli effetti psicologici della pandemia siano simili a quelli di un disturbo da stress post traumatico. 

La prolungata limitazione delle proprie libertà, inoltre, ha generato la cosiddetta pandemic fatigue, intesa come un insieme di demotivazione e fatica nel seguire i comportamenti protettivi per fronteggiare l’emergenza sanitaria, unita a demotivazione, sfiducia e percezione non realistica del pericolo.
L’ultimo anno ha generato una grande domanda di informazione in merito alla malattia da coronavirus, la sua gestione e le sue possibili cure. La cittadinanza come si è orientata? Quale effetto ha prodotto in merito la sovrabbondanza di notizie e la diffusione di fake news?

Da tempo si parla di “medicina google”, ma in realtà la recente diffusione incontrollata di informazioni “non certificate” ha provocato in molte persone un vero e proprio rifiuto della medicina tradizionale. è un processo in qualche modo reversibile?
Internet è il mezzo più potente che abbiamo a disposizione. La semplicità di utilizzo e la quantità di informazioni che può fornirci in pochissimo tempo ci fanno erroneamente credere di trovare risposta a una qualsiasi nostra domanda. Ed è anche vero, ma la differenza sta qui: se mi rivolgo al mio medico, sono certo di rivolgermi a un professionista che ha fatto un determinato percorso di studi ed è specializzato per potermi aiutare. Cercando in internet non sempre ho la certezza che la fonte sia affidabile. 
Le fake news sono costruite ad hoc per attirare l’attenzione, per essere attraenti: si pongono come certezze in una situazione incerta. Non sono totalmente false, quindi possono risultare credibili e fanno leva su una serie di meccanismi cognitivi in cui è facile cadere.
Il meccanismo diventa reversibile attraverso un’educazione all’utilizzo della rete; questo tipo di educazione deve essere preventiva e promossa già dalla giovane età, non appena si fornisce ai ragazzi la possibilità di navigare in internet. Il fact-checking è un’attività che deve essere insegnata.

Quali consigli possiamo dare ai lettori che sentono il bisogno di “difendersi” da un’informazione che oggi come oggi parla 24 ore su 24 di coronavirus? 
Questo fenomeno viene anche detto Information overload, ed è una sorta di bulimia informativa: da una parte assistiamo alla perenne diffusione, da parte di giornali e notiziari, di informazioni e notizie riguardanti la pandemia da Coronavirus, dall’altra noi fruitori ne siamo alla costante ricerca, per incrementare il nostro senso di controllo su ciò che sta accadendo. L’effetto in realtà è opposto e incrementa le sensazioni di ansia.
L’indicazione più semplice, ma sicuramente anche la più utile, è quella di limitare il tempo in cui ci si dedica all’ascolto dei notiziari, alla lettura dei giornali, per dedicarsi ad altre attività, come la lettura di un libro o dell’esercizio fisico.

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