Cap_able: fashion-tech e diritto alla privacy

Attualità | 22/1/2026

Rachele Didero è una designer, ricercatrice e professoressa presso l’Università di Bolzano dove lavora su interfacce di nuova generazione, wearable technologies e design critico applicato all’IA. È fondatrice di Cap_able, per il quale ha ricevuto il Compasso d’Oro Giovani ADI. Cap_able è un progetto di fashion-tech e ricerca che esplora il rapporto tra corpo, intelligenza artificiale e diritti umani, in particolare il diritto alla privacy.

Da quali esigenze è nato Cap_able?

Oggi i nostri corpi sono costantemente osservati, analizzati e classificati da sistemi di intelligenza artificiale, spesso senza consapevolezza né consenso. Mi sono chiesta se il design potesse intervenire in modo concreto su questa asimmetria di potere, trasformando un oggetto quotidiano, come il tessuto, in un’interfaccia capace di dialogare — e talvolta entrare in conflitto — con i sistemi di sorveglianza automatica.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Sviluppare prodotti e sistemi che rendano tangibili questioni normalmente invisibili, come la sorveglianza algoritmica e la perdita di controllo sui dati biometrici. Il progetto si muove tra ricerca, sperimentazione e produzione, con lo scopo di dimostrare la capacità del design di incidere sulla vita quotidiana. 

Come funziona la tecnologia dietro ai tuoi prodotti?

I prodotti utilizzano pattern tessili progettati per interferire con i modelli di computer vision, in particolare quelli di object detection e riconoscimento delle persone. Attraverso la combinazione di colore, struttura tessile e composizione visiva, il corpo viene interpretato in modo ambiguo dagli algoritmi. Non si tratta di “scomparire”, ma di rallentare e rendere meno automatico lo sguardo dell’IA.

Qual è l’equilibrio tra innovazione e regolamentazione?

L’IA è una tecnologia il cui sviluppo è più rapido della regolamentazione. Il mio lavoro non è contrario alla tecnologia, ma critico rispetto al suo uso non riflessivo. 

Quanto conta l’inclusività in Cap_able?

È un principio centrale. I capi sono gender-neutral, pensati per corpi diversi e progettati come strumenti di espressione. L’idea è che ogni persona possa decidere come e se esporsi allo sguardo tecnologico.

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto?

Uno dei principali è aver trasformato una ricerca accademica in un progetto reale, capace di dialogare con industria, musei, università e pubblico. Cap_able è diventato un caso studio che dimostra come il design possa operare tra etica, tecnologia e produzione, senza rinunciare alla complessità.

La sensibilizzazione è un obiettivo?

Assolutamente sì. Indossare i prodotti Cap_able significa rendere visibile un problema spesso invisibile e stimolare una riflessione sul ruolo dell’IA nella società.

Qual è il prossimo passo?

Portare queste riflessioni oltre la moda continuando a tenere insieme ricerca e impatto sociale. Oggi il design ha una responsabilità fondamentale: non limitarsi a rendere le tecnologie desiderabili, ma contribuire a renderle comprensibili, discutibili e, quando necessario, criticabili.

Autrice: Anna Michelazzi

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