In viaggio, da Merano a Sarajevo

Attualità | 22/1/2026

Due meranesi nei giorni scorsi hanno fatto un viaggio verso la Bosnia e la sua capitale Sarajevo, riscoprendo legami e similitudini spesso molto più evidenti di quel che siamo portati a pensare. I confini che hanno attraversato hanno il sapore della consuetudine, anche per noi. Oggi.

Quelli che seguono sono appunti di un viaggio lento: una traversata in Bosnia-Erzegovina fatta più di immagini che di parole, compiuta dal 28 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026 da Marco Valente insieme a suo padre Paolo.
Il viaggio è stato compiuto a bordo di un vecchio van color argento, seguendo una rotta che metteva in comunicazione tra loro le seguenti località: Merano – Bihac – Jajce – Travnik – Busovaca – Sarajevo – Mostar – Banja Luka – Merano.
Non è un diario completo. Sono considerazioni a margine, note a piè di pagina raccolte lungo la strada.

lu.s.

ATTRAVERSO I CONFINI

Merano–Sarajevo-Merano: confini che si vedono. E confini che restano sotto terra, carsici, ostinati, quelli a cui è più difficile dare un nome.

Per noi altoatesinosudtirolesi il tema non è esotico. Qui il confine è pane quotidiano: lingue che si incrociano, cartelli doppi (a volte tripli), appartenenze che si sfiorano, che si sovrappongono e… che si urtano. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina, e Sarajevo in particolare, esercitano un certo magnetismo: una “terra plurale” dove il confine, o meglio, i confini, sono cicatrici ancora leggibili.

L’inverno bosniaco è impattante: distese innevate, ghiacci che gelano il respiro, fiumi interminabili, boschi di abeti rossi che ti accolgono con aria familiare e che potrebbero stare tranquillamente nella nostra Val Pusteria (terra che, nei secoli, ha incrociato anche presenze slave). Non è lontano come si pensa… se ci si pensa. Ma ci si pensa? Ci si pensava?

Merano e Sarajevo, in linea d’aria, sono circa 650 chilometri. Per capirci, la distanza tra Merano e Napoli è attorno ai 690 chilometri. Eppure di mezzo c’è il mare. Letteralmente. Quel mare che trent’anni fa ha tenuto “distante” una brutale guerra che ancora oggi ci fa fare i conti con la nostra coscienza. La coscienza dell’Europa della pace. Insomma né là né qua il capitolo è ancora chiuso.

La pluralità si manifesta (e si realizza), tra le altre cose, anche con i cartelli bilingui. Belli e necessari. Ma poi… cancellature, spray, parole negate. Come a dire: io esisto, tu no. Un déjà-vu? Forse. 

Eppure ci sono scene che alleviano la rassegnazione. A Travnik, a mezzogiorno, salgono insieme il suono dolce delle campane della chiesa e il canto di richiamo alla preghiera del muezzin. Non è concorrenza, nemmeno una gara a chi copre l’altro, ma due melodie, che per un attimo stanno nello stesso spazio. Per un attimo scelgono di con-vivere.

“Merano–Sarajevo–Merano” scelto “lento”, diventa quasi un metodo. Strade impervie, paesaggi che sembrano non finire, paesi che obbligano a rallentare a passo d’uomo. La lentezza impedisce di consumare i luoghi come fossero contenuti per i social media: costringe a guardare meglio, anche le brutture, sì, ma soprattutto le ricchezze non raccontate.

Per esempio. In Bosnia-Erzegovina l’istruzione è ancora organizzata su un impianto “etnico”: programmi diversi, storie diverse, memorie che non si parlano e non si toccano, che nella versione nostrana sarebbe “due scuole sotto lo stesso tetto”. In questo scenario però dà speranza l’esperimento delle scuole cattoliche, che prova a far sedere allo stesso banco ragazzi e ragazze della comunità serba, croata e bosgnacca.  “Scuole per l’Europa” si chiamano, seguendo un’intuizione del vescovo Pero Sudar, una scommessa che è diventata missione: insegnare ai bambini a vivere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. 

Qui lo specchio si gira automaticamente verso l’Alto Adige, dove la scuola è un campo sensibile: insegnamento della lingua/delle lingue, senso di appartenenza… temi più che attuali, evidentemente. E proprio mentre si discute di come tenere insieme pluralità e coesione, il 5 gennaio l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha incontrato a Bolzano il presidente Arno Kompatscher: al centro del colloquio le sfide delle società multietniche, il ruolo centrale dell’istruzione, la comprensione tra gruppi linguistici ed etnici e la tutela delle minoranze. “L’autonomia vive di dialogo e rispetto reciproco” dice il comunicato stampa. Non a caso si sottolinea che Schmidt si è interessato “in particolare della gestione della pluralità e del sistema scolastico”. 

C’è un altro filo che lega. Senza la retorica delle parole pronunciate tanto per parlare: i viaggi studio. In regione, da anni, Arci propone “Ultima fermata Srebrenica”, un percorso che porta a Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, per studiare, ascoltare, toccare con mano ciò che la distanza tende a rendere astratto, troppo lontano per sentirlo proprio. Perché la memoria, se resta solo commemorazione, diventa un monumento muto. Se invece è incontro, può diventare parola.

C’è poi la grande diaspora bosniaca, che è un altro confine, fatto di partenze. Secondo la Banca Mondiale, circa 1,7 milioni di persone originarie della Bosnia-Erzegovina vivono oggi in un altro Paese. E qui, ancora una volta, lo specchio non è comodo: anche l’Alto Adige sente la tentazione della valigia. Si parla di circa diecimila persone partite in tre anni (2022–2024) e di un tasso di emigrazione tra i più alti in Italia, in rapporto alla popolazione.

“Sarajevo, Gerusalemme d’Europa” diceva, Alexander Langer (a cui è dedicato un sentiero proprio sulle montagne della capitale bosniaca). E tra nuove guerre, dazi, diritto internazionale c’è da chiedersi… ma quale Europa? Quale sogno europeo? Quello capace di tradursi in desiderio di pace tra i popoli e per i popoli?

Alla fine resta una convinzione poco comoda ma molto concreta: la pace non si cerca, si costruisce. Perché è un mestiere fare ponti. Ma un ponte, da solo, non basta. Serve qualcuno che lo attraversi.

Autore: Marco Valente

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