La Bassa Atesina tra Bolzano e Trento

Attualità | 3/11/2022

Pochi territori della “terra tra i monti” sono stati contesi come la Bassa Atesina. La porta del Sud – o del Nord, a seconda dei punti di vista. La terra dove la gente si incontra – ma anche si scontra. Esclusi i misteriosi Reti, che non conoscevano il confine tra le due tradizionali “metà“ della regione, tutti i popoli successivi hanno accentuato divisioni e motivi di screzio.

I Romani di Augusto, che nel 15 a.C. tolsero la terra ai Reti, la inglobarono nell’antico municpium di Trento, sorto qualche decennio prima. I Tridentini si erano sottomessi volontariamente a Roma. Da quel momento, gli altri abitanti della Bassa Atesina iniziarono a sospettare dei fratelli romanizzati e infatti di lì a poco questi aiutarono Druso a impossessarsi dell’intera valle dell’Adige. I Romani tennero il territorio dell’Unterland in uno stato di soggezione perpetua. Non permisero la rinascita dei villaggi o la creazione di città. La Bassa Atesina doveva rimanere territorio di confine militare. Troppo importanti erano le vie di transito verso Nord per rischiare nuove sollevazioni dei Reti decimati e umiliati.
Dopo i Romani, calarono in Bassa Atesina Goti e Franchi, Longobardi e Bavari. I primi durarono poco ed essenzialmente lasciarono le cose come le trovarono. Un altro fattore subentrò presto a contraddistinguere l’unica città importante della valle, Tridentum, dal pagus, la campagna: la religione. La città era cristianizzata, Trento divenne importante sede vescovile. In campagna non si voleva saperne di abbandonare i vecchi culti pagani. Saturno era ancora la divinità principale dei contadini dell’Unterland e a ogni tentativo di spodestarlo venne opposta fiera resistenza. San Vigilio in persona peregrinò da un paese all’altro, fece costruire molte chiese cristiane, perorò ovunque la causa della nuova religione ma con scarsi risultati: la popolazione non accettava la parola di Cristo, che forse veniva ancora identificato con coloro che avevano distrutto la comunità e civiltà secolare dei popoli alpini. La lenta cristianizzazione proseguì per secoli e si impose definitivamente solo dopo l’era di Carlo Magno e il medioevo.
Longobardi e Franchi prima, Longobardi e Bavari poi si contesero a loro volta la valle dell’Adige. Il confine rimase fluido per secoli, spostandosi ora di qua, ora di là del fiume Isarco. Bolzano rimase quasi sempre – con qualche fugace parentesi – una città bavara ma bisogna anche tenere conto che Bolzano prima del medioevo era poca cosa. Quello che oggi è Bozen Dorf apparteneva al grande comune longobardo di S. Genesio, la parte opposta della conca formava l’altrettanto grande arimannia di Novum. Attorno a S. Giacomo, Laives e Bronzolo sorgeva una linea di confine tra Trento e Bolzano ma Trento era certamente la città principale in quanto sede del ducato longobardo.
Carlo Magno unificò i territori ma poi, nel 1027, i suoi successori elevarono Trento a città principesca e i suoi vescovi a signori assoluti del territorio. La Bassa Atesina, Bolzano, la Venosta furono donati alla curia trentina che ne mantenne il possesso per molti secoli. Certo, ci fu l’epoca della contea del Tirolo dal XII a XIV secolo, che costrinse il vescovo a dividere con i conti parte del potere temporale, ma a livello ecclesiastico il territorio rimase sempre di pertinenza trentina.
La nascita degli stati nazionali e l’insorgente nazionalismo portarono nuova linfa alle divisioni della Bassa Atesina, già terra di forte immigrazione a partire dal IXX secolo. Napoleone agli albori dell’800 tracciò una prima, grossolana linea di confine attraverso la Bassa Atesina ma il colpo di grazia all’unità e indipendenza dell’Unterland lo diede Benito Mussolini: nel 1927 divise la Venezia Tridentina in due province, Bolzano e Trento. Il confine venne fissato tra Bronzolo e Laives. Bronzolo, Ora, Egna, Aldino (che venne ribattezzata Valdagno), Montagna, Termeno, Cortaccia, Magrè, Cortina e Salorno passarono sotto Trento e i governanti fascisti chiamarono la zona Val di Sopra. L’obiettivo era dichiaratamente quello di “modificare il carattere fisico, politico, morale e demografico del territorio”.
Dopo la guerra, in tutta la Bassa Atesina si rialzarono le voci per il ritorno alla Provincia di Bolzano. Una prima manifestazione ebbe luogo il 30 maggio 1946 a Castelfeder. Migliaia di persone chiesero il distacco da Trento e alla fine il Dr. Toni Ebner di Aldino fece approvare una risoluzione per il ritorno della Bassa Atesina alla Provincia di Bolzano. Il trattato di Parigi aveva promesso l’autonomia alla provincia di Bolzano e ai paesi “mistilingui” della Bassa Atesina. De Gasperi comprese che per estenderla anche a Trento era necessario “attaccarsi” al carro bolzanino. La Bassa Atesina trentina gliene forniva un ottimo pretesto. Il suo obiettivo era la regione Venezia Tridentina con i Trentini e una minoranza di lingua tedesca. Ma alla fine cedette: in un primo momento, solo Salorno e Egna rimasero con Trento, gli altri comuni tornarono a Bolzano. Poi 4000 persone si radunarono a Egna il 28 dicembre 1947 e chiesero nuovamente il ritorno anche di Salorno e Egna. Roma acconsentì e il 14 marzo 1948 diede il via libera al ritorno di tutti i comuni all’Alto Adige. Ma il catasto, il tavolare, l’ufficio del registro, l’agenzia delle entrate rimasero a Mezzolombardo e la pretura di Egna faceva ancora capo a Trento. Ci vollero altri quattro anni perché anche questi uffici tornassero in provincia.

Reinhard Christanell

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