La montagna incantata

Attualità | 13/1/2022

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell

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